Trump al WEF fra dazi e lavatrici

America must put its own citizens first because only then can we truly Make America Great Again, così il 28 febbraio 2017 Trump entrava burrascosamente nelle case di tutti i cittadini americani e, perché no, del mondo intero.
E se è vero che ogni promessa è debito, il neoeletto presidente degli Usa sta dimostrando di non voler assolutamente risultare inadempiente agli occhi di chi ha contribuito a porlo alla guida di una delle più grandi economie mondiali.

Il suo lavoro si articola in 3 grandi macro-aree:

  • Favorire gli investimenti delle imprese e i consumi dei cittadini attraverso una minore contribuzione fiscale;
  • Facilitare l’attività aziendale e delle istituzioni finanziarie mediante una maggiore flessibilità della normativa;
  • Riconsiderare, alla luce delle nuove esigenze del popolo americano, i trattati commerciali.

E mentre la riforma fiscale che soddisfa i primi due obiettivi aveva già messo piede nella White House nei primi giorni di dicembre, l’ultimo obiettivo ha dovuto attendere l’arrivo del nuovo anno.

Si legge, su diverse testate giornalistiche, che alcuni giorni fa, quando ormai la 48esima edizione del World Economy Forum di Davos (che riunisce le più alte personalità della vita politica ed economica del mondo) era alle porte, il presidente Trump abbia imposto i primi dazi della sua amministrazione che colpiscono l’import delle cellule per i pannelli solari e delle lavatrici e che hanno ricadute fondamentali sui rapporti con Pechino e Seul.
Sembra quasi uno scherzo in beffa al fulcro centrale del meeting internazionale dal nome “Creating a shared future in a fractured world”, eppure non è così: la scelta antitetica di Trump è reale.

È chiaro che, in un mondo che ha costruito, giorno per giorno, il sogno della globalizzazione, del mercato unico e del liberismo senza vincoli, la manovra economica dell’esecutivo a stelle e strisce ha suscitato un grande scalpore.
Una scelta che trova giustificazione nella retorica dell’American first di Trump, nella convinzione che “gli esportatori stranieri usano pratiche scorrette per abbassare il costo del lavoro e sostenere i loro prodotti”, che la crescita e l’aumento di occupazione nel Paese sarà repentina e reale.
Ma la chiusura di Trump a tutto ciò che è fuori confine secondo molti analisti potrà avere serie ripercussioni sui mercati, nonché sull’economia reale del paese. Chi ci garantisce un aumento dei posti di lavoro quando con la chiusura dell’import di cellule per i pannelli solari, i numerosi produttori di pannelli non potranno importare le componenti a basso costo ma dovranno acquistarlo dai quei pochi produttori americani a costi elevati?  Cosa succederà se i grandi produttori di lavatrici coreani abbandoneranno l’idea di costruire grandi fabbriche in America? E, ancora, siamo sicuri che scoraggiare l’import cinese e coreano favorisca il consumatore, oppure assisteremo ad un aumento dei prezzi che sortirà un effetto totalmente contrario?

Forse, quegli americani che Washington ha reso una priorità per il Paese ne uscirebbero solo estremamente danneggiati, oltre ad assistere ad un pericoloso “effetto boomerang” che vedrebbe i Paesi asiatici, ma anche europei, adottare la legge del taglione: nel mondo attuale, in cui la produzione industriale ha carattere globale, export e import non sono facilmente separabili.
Gli Stati Uniti hanno un grande mercato interno e forse possono correre questo rischio, ma il prezzo da pagare potrebbe essere comunque alto. Senza contare che il protezionismo disincentivi l’innovazione, che funziona solo quando c’è vera concorrenza.
E forse queste preoccupazioni non affliggono solo noi umili spettatori ma anche chi è capace di sussurrare all’orecchio del Presidente che, nel prendere la parola, tra le montagne innevate di Davos, ha smesso di urlare un ruggente America first ed ha iniziato a riflettere sulle ricadute che potrebbe sortire un futuro con una America alone.

Ilaria Pagliaro
Vice responsabile di sede BeGov presso UMG Catanzaro

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