Il traffico di stupefacenti tra Italia e Albania

“L’origine balcanica dello ‘spinello’ che probabilmente hai o stai fumando”

“Parlare di droga è un po’ come farne uso…” nulla di meglio per iniziare questa breve riflessione sul mercato degli stupefacenti di prendere in prestito le parole di R. Saviano. Si perché il consumatore medio che sia cocaina, eroina, hashish, marijuana ecc. alla semplice e falsamente ingenua domanda se sa da dove viene il prodotto che usa, probabilmente risponderebbe (posto di averlo trovato in un momento di relativa lucidità): “nulla di più semplice dal pusher”. E noi insistendo “e il pusher da chi la compra?” “Dal piazzista che la ‘taglia’” e ancora noi zelanti curiosi che non siamo altro “e il piazzista da chi invece?” … Senza tediare ulteriormente il lettore con questa catena di domande e risposte immaginarie diciamo che si traccerebbe un sottile filo rosso che dalla pelle, le vene, le narici di tossicodipendenti (più o meno consci di esserlo) arriverebbe sino alle organizzazioni criminali internazionali che sul traffico fondano uno dei mercati mondiali più floridi.

Ma ora, ed è qui che vogliamo arrivare, secondo voi la maggior parte dell’eroina e della cannabis che giunge nel nostro paese dove viene prodotta e stoccata prima del commercio nostrano? La risposta sta nei Balcani e più in particolare nella repubblica albanese. Come spesso accade per fenomeni complessi come questo, ragioni storiche, geografiche e culturali si intersecano facendo dell’Albania un perfetto “hot spot” per il commercio internazionale di stupefacenti. In primis la sua posizione, da un lato le 44-45 miglia nautiche del canale d’Otranto la separano dalla Puglia, dall’altro l’Albania condivide con la Grecia un confine piuttosto permeabile violato a più riprese dalle organizzazioni schipetare che così facendo introducono le sostanze in questione nell’area di libero scambio da cui poi è più semplice il contrabbando in Italia. In secondo luogo guardiamo per sommi capi la storia di questo paese, nato faticosamente nel 1945 sotto la guida del padre della patria Enver Hoxha che vi instaurò un duro regime comunista dove venne vietata la proprietà privata, la liberà di religione, la libertà di stampa, la libertà politica ecc. Solo nel 1990 (anno in cui gli altri paesi dell’Europa occidentale vivevano in un periodo di stabilità sociale e floridità economica) il paese uscì definitivamente da quarantacinque anni di regime comunista ma il passaggio ad una democrazia risultò difficoltoso, le politiche clientelari difficili da debellare, la corruzione un problema strutturale, basti pensare al posto che Transparency International le attribuisce (88 su 168). Hanno creato un humus fertile per il crimine organizzato nato, a differenza di quello nostrano, con lo stato e non contro di esso. La “mala” albanese si è originata con il supporto dello Stato sotto forma di un florido mercato nero atto a soddisfare le esigenze delle élites comuniste in beni di lusso vietati. In terzo luogo le organizzazioni criminali schipetare si fondano sui vincoli familiari in modo molto simile alla nostrana ‘Ndrangheta, tale vincolo d’onore e sangue è il refrain costante del codice tradizionale albanese, il Kanun. Se ciò che contraddistingue le organizzazioni è il legame famigliare, ciò che caratterizza la famiglia è la struttura patriarcale: “nel rispetto del Kanun le regole per i componenti della casa sono stabilite dal più anziano di essa o dal fratello più grande. Se loro non riescono ad adempiere questo compito, dopo una riunione tra i componenti della casa verrà scelto il più intelligente, pacato e attento” (art.20 Kanun).

Fatte queste premesse passiamo a distinguere lo stupefacente contrabbando dalla criminalità albanese prodotto in loco e importato dall’estero. Per parlare del primo eleviamo a modello il caso del paese di Lazarat, venuto alla cronaca nell’estate del 2014 a causa dell’intervento di giornalisti italiani, in cui per anni si sono coltivate piante di cannabis. Analizziamo le caratteristiche di Lazarat perché esse sono tipiche di gran parte dei paesini dediti, ancora oggi, alla coltivazione di cannabis. Il paese contava all’incirca 3000 abitanti, padri, madri, figli e nonni erano tutti impiegati in un’unica attività: la coltivazione di cannabis. Per anni nessuno, ad eccezione dei residenti, poteva entrare nella zona. A presidiare il divieto c’erano uomini armati con divise mimetiche (che però non appartenevano alle forze dell’ordine) e grazie a questo intenso controllo il paese di montagna viveva in una forma assoluta di isolamento. La guardia di finanza ha stimato, dopo l’intervento nel giugno del 2014 dell’esercito albanese che ha posto fine a questo “feudo della droga”, una produzione annua nel villaggio che si aggira intorno alle 900 tonnellate di cannabis per un valore di 4,5 miliardi di euro. Quello che contraddistingue in generale tutte le produzioni locali è che esse vengono svolte in paesi di montagna o di collina, dunque lontano dai centri urbani, grazie alla collaborazione di intere famiglie residenti nella zona, famiglie che né gestiscono né organizzano la produzione né tantomeno consumano i prodotti della loro attività; esse coltivano droga all’aria aperta, indisturbate, lavorando in nero e con le stesse paghe basse che sarebbero date a qualsiasi agricoltore; gli organizzatori della coltivazione e i gestori dei traffici internazionali rimangono sempre sullo sfondo a causa di un mancato intervento massiccio da parte delle forze dell’ordine. Passando ora alla seconda parte vediamo, come sottolineato dal rapporto annuale della DIA, che con lo smantellamento della rete italo-americana di distribuzione dell’eroina sulla costa orientale degli USA conosciuta come “pizza connection” e l’abbandono della rotta balcanica da parte delle organizzazioni di narcotrafficanti turchi, si è favorito il trasferimento della gestione del traffico Europeo dalla mafia turca a quella albanese.

La mafia albanese oggi gestisce il traffico di eroina e marijuana lungo tutta la rotta balcanica: si stima che circa l’80% dell’eroina che si trova sul mercato europeo viene contrabbandata attraverso i Paesi dei Balcani, dopo essere stata prodotta in Afghanistan e trasportata attraverso l’Iran e la Turchia o l’Asia centrale. Il ruolo che ha assunto si può quindi apprezzare per l’imprinting commerciale che è riuscita ad imporre sul mercato mondiale che, stando all’ultimo rapporto dell’ONU per la lotta alla droga, avrebbe movimentato nel 2004 ben 322 miliardi di dollari.

Spostandoci ora sulla terra patria cerchiamo di capire l’entità del fenomeno analizzando le cifre dei sequestri compiuti dalle forze dell’ordine come risulta dalla relazione annuale della “direzione centrale per i servizi antidroga”: la Puglia risalta come la seconda regione per sequestri di eroina con 32,94kg e prima per i sequestri di marijuana con 14231,39 kg pari al 42,55% dei sequestri totali, di questi poco meno della metà sono stati effettuati in mare o all’arrivo nei porti della regione (dove il porto di Bari con 4137,15kg spicca come il principale punto di transito italiano per la marijuana). Per capire il ruolo della criminalità schipetara in questi traffici bisogna incrociare i dati pocanzi indicati con il numero delle segnalazioni per reati riconducibili al traffico (cfr. Art73 “produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope” – Art74 “associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope” d.p.r. n.309\10\1990) in relazione con la nazionalità dei soggetti coinvolti: emerge quindi il ruolo egemone della criminalità albanese nel contrabbando italiano di Marijuana ed Eroina.

Concludiamo questa breve riflessione analizzando i profili normativi italiani. La legge punisce le condotte di produzione, traffico e detenzione illecita all’art. 73 del TU in materia di stupefacenti n. 309/90. Non è penalmente sanzionata invece la condotta di importazione, esportazione, acquisto, ricezione e detenzione quando destinate ad un uso esclusivamente personale della sostanza, costituendo tuttavia illecito amministrativo. Ne risulta un quadro piuttosto complesso da cui tuttavia emerge chiaramente come la prospettiva del legislatore sia stata a partire dal 1975 quella di punire lo spaccio ed il traffico di sostanze stupefacenti con lo strumento penale e con pene piuttosto severe. D’altro canto dobbiamo segnalare che la legge, almeno su carta desidera incentivare il piccolo spacciatore o trafficante che sia a sua volta consumatore, ad intraprendere un percorso riabilitativo all’esito o nel corso del quale possa beneficiare di misure alternative alla detenzione. L’art. 99 disciplina poi i poteri delle navi da guerra o in servizio di polizia nel fermare, perquisire e catturare una nave che si sospetta essere adibita al trasporto di sostanze stupefacenti (non dimentichiamo che la maggior parte del quantitativo di droga giunge in Italia attraverso la rotta marittima). L’articolo 127 del TU istituisce perfino un fondo nazionale per la lotta alla droga, istituito al fine di finanziare i progetti di prevenzione e recupero delle tossicodipendenze, oggi per lo più gestito in via decentrata dalle regioni. Siamo in presenza di una norma che realizza finalità di prevenzione terziaria. La legge italiana negli ultimi anni ha adottato “provvedimenti svuota-carceri” senza intervenire sui fattori, senza riuscire in maniera convincente a portare avanti una prevenzione primaria votata a ridurre le opportunità criminali. D’altro lato non pare esserci sufficiente coscienza del fatto che il fenomeno del traffico è davvero endemico e il sistema giustizia italiano non possiede i mezzi, soprattutto a lungo termine, per colpire il fenomeno. Spesso la soluzione è limitata a colpire gli ultimi anelli della catena, i quali spesso non sono neppure in grado di fornire informazioni sulla struttura dell’organizzazione alle loro spalle.

Altrettanto possiamo dire del sistema albanese, che peraltro, fuori dall’UE, non beneficia neppure degli interventi comunitari. A fini preventivi è auspicabile che le autorità locali albanesi fermino l’ingente produzione con interventi radicali, ormai certi del fatto che interventi isolati non sono sufficienti, peraltro rendendosi necessario attuare questo controllo se l’Albania ambisce ad entrare nell’UE. Con ladomanda presentata nel 2009, dopo il periodo di pre-adesione, nel 2014 il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato la concessione dello Status di candidato. Affinché lo Stato però possa entrare nell’UE deve dimostrare una stabilità istituzionale in grado di assicurare la legalità.

In questo contesto frammentato e carente, chiudiamo con la provocazione del consigliere di Cassazione G. Fruganti, peraltro non ignorata neppure dalla dottrina penalistica italiana: “Non vi sono mezzi, né le risorse, forse l’unico modo per attaccarle seriamente (le organizzazioni criminali) sarebbe la legalizzazione.”

Carlo Alberto Franci
Area Ufficio Stampa BeGov Milano


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1 commento su “Il traffico di stupefacenti tra Italia e Albania

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