Sentenza 77/2018: qualche chiarimento in materia di compensazione delle spese legali

 

Nelle ultime ore, soprattutto su autorevoli testate giornalistiche, si leggono suggestivi titoloni con riferimento alla sentenza n. 77 del 19 Aprile 2018 della Corte Costituzionale: un encomio alla Suprema Corte per aver, a detta loro, finalmente ristabilito una tutela processuale dei lavoratori dopo i pessimi interventi legislativi del 2014.
Ma come già nell’800 diceva Alexis de Tocqueville “La democrazia è il potere di un popolo informato”, per cui è essenziale chiarire i termini della questione che già di per sé lapalissiana non è, ma che diventa ancor più oscura a seguito di contorte analisi giornalistiche.

Innanzitutto, la questione di legittimità costituzionale dell’art 92 comma II c.p.c. così come modificato dal decreto legge 132 del 2014 è stata sollevata dal Tribunale di Torino, in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza di rimessione del 2016 nel corso di un giudizio civile promosso da un socio lavoratore di una società cooperativa, per ottenere la condanna di quest’ultima al pagamento di differenze di compenso per l’attività svolta.
A sollevare analoga questione è stato anche il Tribunale ordinario di Reggio Emilia, in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza di rimessione del 2017, nel corso di una controversia riguardante l’impugnativa di un licenziamento da parte di una lavoratrice nei confronti sia della società datrice che di altre società, che contemporaneamente ne utilizzavano la prestazione lavorativa.
Le due ordinanze di rimessione hanno avanzato la violazione di medesimi art della Cost. per cui la Corte ha ritenuto opportuno trattarle congiuntamente.

L’art. 92 comma II, come modificato dal decreto legge 132 del 2014, sancisce che “Se vi è soccombenza reciproca ovvero nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, il giudice può compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero.”
Il d.l. del 2014 aveva infatti sostituito la clausola generale “gravi ed eccezionali ragioni” che giustificavano la compensazione delle spese con due specifiche ipotesi di ragioni gravi ed eccezionali:

  1. assoluta novità della questione trattata
  2. mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti

Per cui il Tribunale di Torino lamentava la violazione:

–           dell’art. 3 Cost. sotto il profilo del principio di eguaglianza poiché si escludevano tutte le altre circostanze parimenti gravi ed eccezionali che non rientrassero nelle due ipotesi espressamente e tassativamente previste

–          dell’art. 24, comma I Cost. poiché la riduzione delle ipotesi di compensazione soltanto a due «tende […] a scoraggiare in modo indebito l’esercizio dei diritti in sede giudiziaria, divenendo così uno strumento deflattivo (e punitivo) incongruo» nelle ipotesi in cui la condotta della parte, poi risultata soccombente, non integra casi di abuso del processo, ma sia improntata a correttezza, prudenza e buona fede.

–          dell’art. 111, comma I Cost. sotto il profilo del giusto processo poiché consentendo la compensazione nei soli casi indicati, «si limita il potere – dovere del giudice di rendere giustizia, anche in ordine al regolamento delle spese di lite, in modo appropriato al caso concreto».

A tali ragioni, il Tribunale di Reggio Emilia ne aveva affiancato un’altra con riferimento sempre all’art. 3 Cost. sotto il profilo del principio di eguaglianza; il Tribunale si chiedeva: se  il lavoratore nel rapporto di lavoro è la parte “debole” rispetto al datore di lavoro, trattarlo alla stregua di qualsiasi altra parte soccombente (e condannarlo quindi alle spese) non è una chiara violazione del principio di eguaglianza che, tra le altre cose, impone il trattamento di situazioni diverse in modo diverso?
Ed è forse questo il punto della vicenda che ha indotto in errore i salotti di gossip giuridico che oggi gridano ad una esclusione del lavoratore dal pagamento delle spese legali.

L’iter decisionale della Corte Costituzionale ha, invece, seguito uno schema ben diverso:

–          Da un lato è stata riconosciuta la illegittimità dell’art. 92 comma II c.p.c. “nella parte in cui non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni”. Vale a dire che, il d.l 134 del 2014, con la sostituzione della clausola generale “gravi ed eccezionali ragioni” con due ipotesi tassative assoluta novità della questione trattata e mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti, non ha fatto altro che escludere analoghe fattispecie con la stessa ratio giustificativa rendendo l’articolo illegittimo costituzionalmente.

–          Dall’altro lato, invece, ha ESPRESSAMENTE dichiarato infondato il particolare profilo di censura che faceva riferimento alla posizione del lavoratore come parte “debole” del rapporto controverso.  Secondo la Corte la qualità di “lavoratore” della parte che agisce (o resiste) nel giudizio avente ad oggetto diritti ed obblighi nascenti dal rapporto di lavoro, non giustifica, di per sé, una deroga all’obbligo di rifusione delle spese processuali a carico della parte interamente soccombente, e ciò pur nell’ottica della tendenziale rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale alla tutela giurisdizionale (articolo 3, secondo comma, Costituzione).

Una eventuale esclusione dal pagamento delle spese processuali per il lavoratore può avvenire ma è comunque necessario che ricorra una delle ragioni gravi ed eccezionali che la giustificano; si pensi alle ipotesi in cui il lavoratore debba promuovere un giudizio senza poter conoscere elementi rilevanti e decisivi nella disponibilità del solo datore di lavoro (c.d. contenzioso a controprova). Il giudice dovrà, in particolare, verificare se vi sia o meno una situazione di assoluta incertezza su questioni di fatto, eventualmente riconducibili alle “gravi ed eccezionali ragioni” che consentono la compensazione delle spese di lite.
Dunque, l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, soprattutto quando ci si muove su un terreno gracile come quello del diritto del lavoro, non deve rendere pedine cieche e passivi ricettori di notizie errate ma piuttosto consapevoli protagonisti guidati da una costante sete di conoscenza.

 

Ilaria Pagliaro
Vice responsabile di sede UMG Catanzaro

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *