Rivoluzione ecologica: a che punto siamo

Troppo spesso si perde di vista il fatto che la politica ambientale debba essere una priorità per chi governa. Eppure, la strategia per uscire dalla crisi climatica, ambientale, economica e occupazionale potrebbe avere un solo nome: economia verde.
Una volta, l’inquinamento e il degrado ambientale apparivano il prezzo da pagare per avere una crescita economica soddisfacente. Oggi, conciliare crescita economica ed ecologia è una sfida da vincere per avere un sistema più sostenibile e produttivo.

Nel dicembre 2015, la conferenza internazionale sul clima di Parigi ha portato 196 paesi a sottoscrivere dei promettenti accordi globali sul clima. A due anni da quest’intesa, però, le cose non procedono come dovrebbero: non si va abbastanza veloci, è necessario un drastico cambio di rotta. Addirittura, dopo 3 anni di stabilità, le emissioni globali sono tornate a crescere del 2% per responsabilità soprattutto della Cina, che vede aumentate le proprie emissioni di gas serra, e anche degli USA, per cui si registra un rallentamento del trend di diminuzione delle emissioni (ciò non sorprende se si pensa all’intenzione di Trump, se non di uscire dall’accordo di Parigi, almeno di rivederne le condizioni).

I pareri degli scienziati sugli effetti dell’attuale situazione non sono tutti perfettamente in linea: alcuni si concentrato sulle gravi ripercussioni della crisi climatica sull’economia nel medio-termine, altri paventano già la sesta grande estinzione di massa. Comunque, anche senza lasciare il campo al catastrofismo, una cosa è certa: 15mila scienziati della Union of Concerned Scientists provenienti da 184 paesi diversi, firmatari di un secondo “avvertimento all’umanità” (dopo il primo del 1992), sostengono che siamo prossimi a compiere un danno irreversibile al pianeta Terra.

Posto il quadro generale, è interessante valutare la consistenza dell’economia verde in Italia e vedere cosa il governo ha proposto per anticipare e gestire il cambiamento del sistema energetico e produttivo. Prima di tutto, occorre sottolineare che, anche se più lentamente di altri, il nostro Paese procede a ritmi di certo non inadeguati sul cammino di transizione alla green economy, tanto da raggiungere in anticipo gli obbiettivi europei, con una penetrazione di rinnovabili del 17,5% al 2015 sui consumi complessivi rispetto al target del 2020 del 17%. Inoltre, l’Italia si colloca tra i migliori paesi europei nel campo dell’economia verde per il numero di imprese “green”: queste sono il 42% del totale. Questa percentuale è data dalla somma di un 27,5% di imprese “core green”, che producono prodotti e servizi verdi, e di un 14,5% di imprese “go green”, che investono in tecnologie per ridurre l’impatto ambientale. Questo genere di impresa, oltre ad essere fondamentale per costruire un sistema produttivo sostenibile, rappresentano l’opportunità di creare nuovi posti di lavoro perché necessitano di nuove figure professionali. In effetti, le potenzialità della green economy sono molte e le scelte di paesi leader dell’economia possono avere un effetto traino su tutti gli altri, con globali conseguenze positive.

Per migliorare ulteriormente la capacità di crescita e la competitività del Paese, a novembre è stata firmata la nuova “Strategia energetica nazionale” (SEN) in cui si definisce il percorso da compiere da qui al 2030. È un programma ambizioso che prevede un investimento complessivo di 175 miliardi di euro: di questi, 30 per le infrastrutture, 35 per le fonti rinnovabili e 110 per sostenere l’efficienza energetica.

La SEN è un documento molto ampio che si può riassumere in alcuni snodi fondamentali.
In primis, l’aumento delle fonti energetiche rinnovabili (FER): dal 17,5% del 2015 bisogna arrivare al 28% di rinnovabili sui consumi complessivi, ricorrendo soprattutto a eolico e fotovoltaico.
In secundis, l’aumento dell’efficienza energetica, puntando ad una riduzione del 1,5% annuo dell’energia media consumata nel triennio 2016-2018. L’efficienza, assieme alle FER, sarà fondamentale per la riduzione della dipendenza energetica, altro punto essenziale della Strategia. Poi, il documento fissa al 2025 la dismissione graduale della produzione di energia elettrica da carbone, tracciando la strada per la decarbonizzazione totale: l’Italia dovrà tagliare le sue emissioni del 39% al 2030 e del 63% al 2050 rispetto ai livelli del 1990. Fondamentale per questo obbiettivo sarà il gas naturale, individuato come ideale energia di transizione con cui assicurare la decarbonizzazione del sistema. È sicuramente un bene che la volontà politica senta la necessità di riprendere il passo sulle rinnovabili, anche perché negli ultimi 3 anni si è registrato un rallentamento in questo senso.

Invece, altro discorso si deve fare sulla mobilità. In un paese come l’Italia che registra il più elevato tasso di motorizzazione privata, appare insufficiente parlare solo di una possibilità di incentivi per svecchiare il parco auto circolante: occorre, invece, puntare con più decisione su ibrido, elettrico, metano e biogas. Per fortuna, i dati dicono che i mezzi con alimentazione alternativa sono già competitivi in termini di costo (si ammortizzano in 4/5 anni).

Tutto sommato, l’Italia fa meglio di quanto si creda ma si è solo all’inizio di un percorso lungo e complesso. Una rivoluzione ecologia è possibile ma non bisogna per nessun motivo, e nemmeno per un attimo, perdere di vista l’obbiettivo.

Eleonora Callegari
Resp. Marketing BeGov Pavia

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