Il punto di non ritorno

 

Il clima cambia. Il clima è sempre cambiato. Come vi reagiamo è una questione di cultura.” (Wolfagang Behringer).

 

Era il 1997 e sulle note di “Karma police” dei Radiohead, Clinton iniziava il suo secondo mandato come presidente degli Stati Uniti mentre si annunciava il successo della prima clonazione di un mammifero da cellule di un individuo adulto- la pecora Dolly- e Lady D ci lasciava in un tragico incidente d’auto.
In quell’anno, dopo molteplici tentativi fallaci del mondo scientifico, si accendevano i riflettori su quello che avrebbe assunto, ma forse aveva già assunto, le forme del più grande e preoccupante problema dell’umanità: il riscaldamento globale.
Circa 150 anni fa, infatti, con l’avvento della seconda rivoluzione industriale, la temperatura della Terra – che era rimasta invariata per decine di migliaia di anni – ha cominciato a salire.
L’uomo ha scoperto che i combustibili fossili (quali il petrolio, il carbone, il gas ecc) potevano essere sfruttati per generare energia: un’energia immensa e a basso costo. Fu sicuramente un grande passo per l’uomo: le fabbriche iniziarono a crescere, i trasporti diventavano più efficienti e i raccolti più abbondanti ma c’era un prezzo da pagare. In effetti, ogni volta che i combustibili fossili sono usati generano l’emissione di gas a effetto serra (come la CO2 ) che intrappola il calore del sole portando ad un aumento della temperatura terrestre: ad oggi si registra, infatti, un aumento di + 1° rispetto all’epoca preindustriale ma che sembra essere in continua crescita.
Il che non è esente da conseguenze che, anzi, hanno un impatto molto forte sulla popolazione; è ormai sotto gli occhi di tutti che ogni tifone, ogni tempesta o uragano sono sempre più forti rispetto al secolo scorso. E questo fenomeno ha una causa ben precisa: l’alta temperatura terrestre genera una  quantità di energia enorme che questi fenomeni sfruttano ed hanno, poi, da rilasciare.
Ma le conseguenze del riscaldamento globale investono anche altri – e più svariati- settori: basti pensare a quei fenomeni atmosferici atipici, che si realizzano in Paesi in cui il clima non dovrebbe essere ad essi favorevole (si pensi ai tifoni o cicloni tropicali in Italia) oppure a quante specie animali che prima non riuscivano ad arrivare in alcuni Stati ed oggi invece vi ritrovano il loro habitat (ci si riferisce, per esempio, pur ultimo alla zanzara che ha portato la febbre del Nilo nel nostro Paese) o ancora allo scioglimento dei ghiacciai che inevitabilmente porterà ad un innalzamento dei mari tale da poter addirittura inondare varie regioni della Costa. Senza escludere nemmeno che gli effetti ormai inevitabili del climate change in molte aree del mondo porterà -volenti o nolenti- alla crescita del fenomeno dei “profughi climatici”; e se gli Stati si sono dimostrati incapaci di gestire piccole migrazioni in questo ultimo secolo, sarà per loro devastante affrontare fenomeni migratori di gran lunga più grandi.

Il problema però non è di nuova generazione; fin dagli anni ’50 il mondo scientifico aveva predetto un perenne e irreversibile cambiamento climatico: nel 2015, infatti, siamo entrati in una nuova era climatica definita dagli scienziati come un punto di non ritorno tant’è  che nemmeno il tentativo estremo di spegnere tutto di un colpo basterebbe a far sparire tutta la CO2 prodotta fin ora.
Ed in questo contesto nel 1992 l’ONU organizza l’Earth Summit un grande evento a Rio de Janeiro nel quale fu adottata la Convezione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (UNFCCC) nella quale gli Stati hanno accettato di stabilizzare le concentrazioni di Gas serra nell’atmosfera causato maggiormente dalle attività umane sul sistema climatico riunendosi annualmente in una conferenza per discutere su come raggiungere l’obiettivo. A sostenere l’attività della conferenza furono istituite due agenzie: l’UNEP (Programma dell’Onu per l’ambiente) e l’OMM (l’Organizzazione Meteorologica Mondiale) che insieme hanno creato l’IPCC (Intergovernmental Panel of Climate Change), un gruppo intergovernativo che si occupa del cambiamento climatico studiandone tutti i suoi aspetti e le possibili soluzioni.  La convenzione, però, non comportava particolari vincoli per gli Stati perciò l’11 dicembre del 1997, fu affiancata ad essa il Protocollo di Kyoto.  La normativa è, però entrata  in vigore il 16 febbraio 2005, a seguito della tardiva  ratifica della Russia;infatti, perché il trattato potesse entrare in vigore era necessario che venisse ratificato da non meno di 55 Nazioni, e che queste stesse Nazioni firmatarie complessivamente rappresentassero non meno del 55% delle emissioni serra globali di origine antropica.

La sua compilazione è avvenuta  in occasione della Conferenza delle Parti COP3 della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) tra più di 180 Paesi.
Il Protocollo di Kyoto impegnava i Paesi sottoscrittori alla realizzazione e attuazione di politiche industriali e ambientali che avessero come obiettivo il rallentamento del riscaldamento del Pianeta ma, soprattutto, una riduzione quantitativa delle proprie emissioni di gas ad effetto serra (i gas climalteranti, che riscaldano il clima terrestre) rispetto ai propri livelli di emissione del 1990 (baseline), in percentuale diversa da Stato a Stato: per fare questo le Parti sono tenute a realizzare un sistema nazionale di monitoraggio delle emissioni ed assorbimenti di gas ad effetto serra attraverso la redazione di un “Inventario Nazionale delle emissioni e degli assorbimenti dei gas a effetto serra” da aggiornare annualmente, insieme alla definizione delle misure per la riduzione delle emissioni stesse.
In sostanza il trattato prevedeva la possibilità, per ciascun Paese aderente, di emettere una quantità massima  di CO2  all’anno, quantità che ogni singolo paese doveva, poi, frazionare in quote distribuite fra le varie imprese  inquinanti.
L’impresa che avesse esaurito le proprie quote annue poteva acquistarne dalla altre imprese più virtuose rendendo, così, più costoso inquinare. Il tutto accompagnato da una serie di sanzioni da applicare agli Stati che non avessero rispettato la normativa internazionale.

Non pochi sono stati gli effetti positivi della normativa: almeno 57 Paesi son riusciti a ridurre le loro emissioni di gas serra ai livelli richiesti per frenare il riscaldamento globale, ma soprattutto nel 2015 almeno 18 Paesi ad alto reddito si sono impegnati a donare 100 miliardi di dollari annui per l’azione per il clima nei Paesi in via di sviluppo.
Se non fosse che, da un lato, lo stesso trattato prevedeva dei meccanismi per evitare multe ingenti come per esempio il carbon offset internazionale, cioè la compensazione di carbonio realizzata attraverso progetti energetici internazionale o mediante nuova forestazione e gestione forestale in Paesi tropicali, e dall’altro, ben presto, le imprese si inventarono degli strumenti alternativi per eludere la normativa, si pensi al repentino spostamento della produzione in Stati non aderenti al trattato (la Cina) e perciò non vincolati da esso.
Il protocollo di Kyoto doveva avere validità fino al 2012 ma si è deciso di prolungane gli effetti fino al 2020 aprendo così e porte al suo secondo periodo di validità, c.d. Kyoto 2 che ha visto uscire la Russia seguita dalla Nuova Zelanda e dal Giappone.

Nonostante il protocollo abbia rappresentato un grande passo ed un impegno per la lotta al surriscaldamento globale,  esso ha avuto effetti limitati sul contenimento del cambiamento climatico.
Nel 2014, perciò, si è preso atto dell’impossibilità di ottenere una riduzione delle emissioni tale da garantire un contrasto all’aumento delle temperature medie globali per cui nel 2015 si è riunita la 21 conferenza delle Parti a Parigi con l’obiettivo, proprio, di giungere ad un accordo globale vincolante per contrastare il cambiamento climatico mantenendo il riscaldamento globale sotto i 2° C in vigore a partire dal 2021 ed aumentare i finanziamenti per l’azione per il clima, incluso l’obiettivo annuale di 100 miliardi di dollari dei Paesi donatori ai Paesi in via di sviluppo.
Il 12 dicembre 2015, dunque, la Conferenza della Parti approvava il “Paris Outcome” un documento che si presentava come una naturale e piena prosecuzione del Protocollo di Kyoto sia per quanto riguarda le forme che gli obiettivi da perseguire.
Il documento, che entrerà in vigore dal 2021, non ha però soddisfatto tutti visto che in alcuni punti sembra essere inferiore rispetto alle attese.
Tra le nuove misure adottate dalla Conferenza sicuramente ha colpito il mondo scientifico l’intenzione di limitare ogni Stato all’utilizzo annuale  di ¼ delle risorse di combustibili fossili che già si possiedono e si siano scoperte  mediante l‘elaborazione di un programma di lavoro da elaborare prima del 2021.
Inoltre la Conferenza ha avuto il merito di aver posto in essere un accordo globale che coinvolge un gran numero di Stati . Le critiche nascono fondamentalmente dal fatto che le misure in esso contenute non siano capaci di fa fronte agli obiettivi di tutela climatica prefissati (il riscaldamento climatico progredisce senza sosta ed in maniera importante)ma soprattutto dalla non vincolabilità dell’accordo stesso in molte parti. Gli Stati Uniti infatti, che avevano aderito all’accordo nel 2016, con l’amministrazione Trump ha annunciato la volontà di ritirarsene mentre contestualmente si autorizzava nuovamente la trivellazione dell’Artico.

Poiché il tempo stringe sui cambiamenti climatici e il mondo non può più permettersi di sprecare altro tempo, nelle prossime settimane si terrà la 24 Conferenza delle Parti a Katowice in Polonia con il fine  di realizzare gli impegni critici presi dai Paesi nell’accordo di Parigi di 3 anni fa. Il 2018 è, infatti, la data di scadenza concordata dai vari Stati per adottare un piano di lavoro globale e condiviso in materia di riduzione delle emissioni di Gas ad effetto serra. Senza tralasciare l’intento di aumentare i finanziamenti per i Paesi n via di sviluppo In previsione della scadenza, nel 2021, dei vincoli per i Paesi ad alto reddito.
Contestualmente l’Onu ha in programma la realizzazione un Summit sui cambiamenti climatici nel prossimo settembre 2019 per rafforzare l’azione sul clima ai massimi livelli possibili.
Il Summit, concentrato sull’elaborazione di iniziative pratiche per limitare le emissioni, sarà concentrato su alcuni punti chiave:

  • Innanzitutto il finanziamento per l’azione sul clima
  • La transizione energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili
  • L’incremento dei lavori per la riduzione delle emissioni dei gas serra
  • L’ideazione di città sostenibili
  • La resilienza ai cambiamenti climatici

Viste le premesse, l’auspicio è quello che si trovi una larga convergenza su tutti i punti chiave, per il quale comunque è necessario che le diplomazie dei vari paesi svolgano uno sforzo non indifferente, anche realizzando scelte impopolari. Staremo a vedere.

Ilaria Pagliaro
Vice Resp. di sede – UMG Catanzaro

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