Il Presidente della Repubblica, tra riforme costituzionali mancate, prospettive presenti e aspettative future

Durante questi giorni di instabilità, tristemente propria del sistema politico italiano, l’autorevole dottrina di cui spesso si rinvengono le tracce nei manuali, si è letteralmente trasferita sulla piattaforma digitale.
Chi non ha fatto accesso al proprio profilo Facebook senza trovare un commento sul ruolo del Presidente della Repubblica, che appoggiato o meno, è stato la vera guest star della scena politica?

D’altro canto la funzione del capo dello Stato è da sempre oggetto di discussioni: dalle voci dei Padri Costituenti ai promotori di riforme che negli anni si sono succedute, dai professori agli allievi e – è il caso di sottolineare – da Twitter a Facebook.

Piero Calamandrei definiva il Presidente della Repubblica “viva voce della Costituzione”: ma cosa accade se la stessa Carta cambia tono?

Le due Riforme Costituzionali che sono state proposte a distanza di un decennio l’una dall’altra, infatti, avrebbero conseguentemente stravolto l’assetto istituzionale italiano.
La prima fu quella del 2006 per mano del Governo Berlusconi. La riforma prevedeva un vero e proprio cambiamento della forma di Governo. Perno del progetto di allora ruotava attorno all’elezione di un senato federale su base regionale che si ponesse come rappresentante delle comunità locali.
Nello specifico, in riferimento al Capo dello Stato, questo sarebbe stato eletto da un’assemblea formata da deputati, senatori, presidenti delle regioni e tre delegati per ogni consiglio regionale; egli perdeva il potere di nomina del presidente del Consiglio e di scioglimento delle camere, pur rimanendo “garante della Costituzione e dell’unità federale della Repubblica”. La riforma evidentemente era ispirata a quella dell’ordinamento federale U.S.A. in cui il Presidente, ricevendo legittimazione diretta degli elettori, è fautore e guida dell’indirizzo politico. L’occhio clinico, che è utile anche al giurista, non fece a meno di sottolineare sin dall’epoca come l’assetto istituzionale di ogni Paese risenta profondamente delle vicende storico-politiche che lo hanno interessato. In questo senso si levarono più voci che facevano notare come la forma di Governo U.S.A. fosse il frutto di un Paese che traeva le sue origini dalla guerra di Indipendenza: inevitabilmente gli Stati avevano voluto assicurarsi un’ampio spazio di autonomia, connotandosi pure della presenza di una giustizia federale, che sappiamo inesistente nel nostro ordinamento.

Al contrario dell’Italia Repubblicana del 1948, che non contava neppure un secolo dall’Unità e la cui forma di Governo voluta in seguito alle due grandi guerre ruotava attorno alle esigenze di unità d’intenti e di programmi da realizzare. Da qui, quindi, la democrazia parlamentare attorno alla Repubblica, una e indivisbile.
La riforma voluta nel 2006, invece, cinquanta anni dopo l’approvazione della costituzione,  divergeva, geopoliticamente e giuridicamente, dai bisogni di una Repubblica ancora non completamente realizzata e che quindi non chiedeva uno stravolgimento.
Per capire di ciò che stiamo parlando, basta pensare che era solo di pochi anni prima (2001) la riforma costituzionale che aveva realizzato il decentramento burocratico e amministrativo, in linea con quanto auspicato dall’articolo 5 della Carta e, soprattutto, applicando il principio di sussidiarietà, senz’altro meno impegnativo del progetto federale, che pure consegna fiducia e autonomia alle Regioni, nel pieno rispetto di quelle che erano e sono le peculiarità delle stesse.

Il destino della Riforma del 2006, com’è noto, non è stato diverso di quella del decennio successivo, venendo sonoramente bocciata dal 61,3% degli italiano.

Nel 2016 a proporre la riforma degli assetti costituzionali sono il Presidente del Consiglio Renzi e il Ministro per le riforme costituzionali Boschi. Anche il ddl in questione prevedeva, come la precedente proposta, il superamento del bicameralismo perfetto. Il Senato sarebbe stato l’organo di raccordo tra Stato, Regioni e Comuni, mentre veniva eliminato il rapporto fiduciario tra questa camera  e il Governo. Spariti i senatori a vita, il Presidente della Repubblica avrebbe nominato cinque dei 100 senatori. Anche la procedura di nomina del Capo dello Stato sarebbe quindi stata modificata, prevedendosi l’elezione solo da parte dalle camere senza l’intervento dei delegati regionali e con una maggioranza di due terzi fino al quarto scrutinio, i tre quinti degli aventi diritto al quinto e i tre quinti dei votanti al settimo. Questi cambiamenti avrebbero stravolto il ruolo di garanzia del Presidente.

In riferimento alla diversa modalità di elezione del senato, è stato giustamente osservato che l’ipotesi era quella di uno scambio fra la precedente delega ai rappresentanti regionali. D’altro canto, è lecito chiedersi se la rappresentanza delle varie forze politiche sarebbe stata analoga pur con una diversa modalità di partecipazione.
Ancor più rilevante era poi il possibile coinvolgimento del Capo dello Stato nella determinazione dell’indirizzo politico. La Costituzione, prevedendo la partecipazione, da alcuni messa in discussione, del Presidente nella formazione del Governo, attribuisce allo stesso un ruolo di mediazione, che consenta un dialogo costruttivo tra le forze politiche, consegnando comunque una posizione imparziale, che pure in più momenti si è dimostrata essenziale. Il ddl Renzi-Boschi, a conti fatti, rendeva possibile l’elezione di un Capo dello Stato di parte con un gioco basato su quorum richiesti ed assenze in Parlamento. In secondo luogo, la possibilità di eleggere 5 dei senatori, non più a vita, avrebbe messo in bilico non solo il ruolo super-partes del Presidente, ma pure il divieto di mandato imperativo dei Parlamentari, di fatti ipotizzando la proposta di rielezione del Capo dello Stato uscente, così come verificatosi nel 2013: gli stessi senatori si sarebbero ritrovati ad eleggere un Presidente che li aveva nominati e probabilmente sarebbe stato un vincolo di questi nei confronti del “candidato” al Colle. Il pericolo era concreto: il Presidente deve essere non di parte, ma dalla parte dei diritti e delle libertà fondamentali, risultato del compromesso storico delle tre forze politiche costituenti, che però hanno consegnato ai cittadini un riferimento positivo ed ancora oggi attuale, quale è quello della nostra Costituzione.
In questo senso un ulteriore considerazione si impone sul ruolo del Presidente della Repubblica.
Nel 2013 il presidente Napolitano, in un momento difficile come pochi nella storia repubblicana, ha preservato la credibilità del nostro Paese con un indimenticabile discorso al Parlamento, assumendosi la responsabilità di chi era entrato per la prima volta in Parlamento nel 1953 e che aveva riconosciuto la sua rielezione come una soluzione “legittima, ma eccezionale”. Pochi giorni fa è invece il Presidente Mattarella ad aver visto prima mettere in discussione il suo potere di nomina del Presidente del Consiglio, e poi essere chiamato alla collaborazione per garantire un Governo al Paese. Eppure, il senso delle Istituzioni, il rispetto verso i cittadini e della loro sovranità, quello per la propria funzione, non solo di decoro come alcuni erroneamente pensano, hanno prevalso. Se infatti è vero che il Presidente della Repubblica non può entrare nel merito delle vicende politiche, è altrettanto vero che questo trova comunque nel dettato costituzionale lo spazio necessario per poter adempiere al ruolo che la stessa gli consegna: quello di capo dello Stato e di rappresentante dell’Unità Nazionale e di difesa della nostra Repubblica. Il tutto attraverso quell’arma così delicata, preziosa e complessa come è quella della democrazia.

Simona Mungo
Socio UMG Catanzaro

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