“Il lusso” di permettersi un assorbente

Dalla provocazione alle riflessioni sul sistema tributario italiano e l’Imposta sul Valore Aggiunto

 

A tutti è nota, quasi tutti ne sono incisi, ma forse solo qualcuno sa la sua storia.
L’Imposta sul Valore Aggiunto, meglio conosciuta come IVA, è quel tributo che lo Stato prevede in forza di una direttiva dell’allora Comunità Europea, recepita a partire dal 1972.

Di cosa si tratta?
L’art. 53 della Costituzione italiana al primo comma recita come tutti debbano concorrere al finanziamento delle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Tale articolo rappresenta il presupposto cui fa capo il potere impositivo dello Stato nel prevedere i tributi, facendo discendere tale potere da quella capacità detenuta dai contribuenti, che materialmente diventa forza economica.
Sarebbe questo il presupposto dell’IVA: i soggetti pongono in essere operazioni, le quali rappresentano la loro capacità economica-contributiva, giustificando l’applicazione di un’imposta che gravi sul prodotto finale.

Per gli addetti ai lavori, l’unico soggetto “inciso dal tributo” è il consumatore finale.
Questi infatti si troverà un prodotto gravato di un’aliquota IVA proporzionale al valore del bene così come pattuito dalle parti, senza riuscire a neutralizzarlo. Il tributo, infatti, riguarda quelle operazioni che possiamo riassumere nelle cessioni onerose di beni e nelle prestazioni di servizi, vale a dire ciò che tutti i giorni poniamo continuamente in essere.

Ma esistono davvero beni che sono espressione della forza economica dei soggetti che li hanno acquistati?
Stiamo parlando dei cosiddetti beni di prima necessità, che sfuggono da qualsiasi tipo di valutazione utilitaristica. Tutti ne siamo assoggettati, tutti dobbiamo acquistarli, non c’è spazio per riflessioni discrezionali. Giova ricordare che l’IVA non è commisurata né al reddito né al patrimonio, ritrovando come unica ragione e fattispecie imponibile la sola operazione conclusa tra le parti che rientra nel campo di applicazione del tributo. Per cui l’unico meccanismo utile a diversificare il tipo di operazione conclusa è la previsione di più aliquote.

Oggi il dibattito sempre più fervente prende il nome di “Tampon Tax”, un movimento che pone l’attenzione sulle diversità di trattamento di prodotti che abbiano funzionalmente la stessa natura.

Si badi bene, non bisogna travisare un’iniziativa che ponga l’attenzione su una disciplina fiscale non così coerente con una lotta femminista. Il discorso può infatti essere funzionale solo alla luce di comparazioni che non si esauriscano in una contrapposizione di genere.

Esaminiamo qualche dato.
I regimi IVA presenti attualmente nel nostro ordinamento li ritroviamo nel D.P.R 633/1972, e sono i seguenti:

  • l’aliquota ordinaria al 22% che investe la maggior parte dei beni e servizi;
  • una ridotta al 10% che ricomprende tutte quelle operazioni indicate nell’Allegato I tabella A parte III del testo sopracitato;
  • un’aliquota al 5% per poche categorie presenti nel medesimo allegato nella parte II-bis;
  • per ultimo, quei beni con tassazione agevolata al 4% indicati nella parte II.

Vero è che negli ultimi tempi è facile sentire riecheggiare attacchi verso i prodotti da uomo che sembrerebbero avere una disciplina di favore, ma così non è. Per onestà intellettuale, la disciplina è svantaggiosa un po’ per tutti.
Il rasoio, come il dentifricio, la carta igienica, e gli assorbenti presentano tutti la medesima tassazione. Non c’è dubbio che tali beni possano certamente rientrare tra quelli primari da cui l’individuo non possa prescindere, ma le scelte legislative sono spesso frutto di valutazioni non proprio rigorose. E il dubbio sorge nel rinvenire tra i prodotti con tassazione agevolata al 10% categorie assai disomogenee fra loro come i francobolli da collezione o l’acqua non minerale. E tra le operazioni esenti – con iva a tasso zero – ritroviamo quelle relative alle lotterie nazionali, i giochi o le scommesse.
La ratio sottesa non è immediatamente coerente, fondando le valutazioni su scelte opportunistiche che ogni Stato deve necessariamente compiere.

La polemica scatta però su un bene ben preciso: l’assorbente. Si stima che una donna in media utilizzi nel corso della sua vita più di 12 mila assorbenti, con una spesa media annuale che supera le 130 euro. Di tale importo, circa un quinto viene versato allo stato come IVA, con un’applicazione dell’aliquota al 22%. Già, perché a rigor di logica tali beni dovrebbero sfuggire dalla tassazione ordinaria per rientrare in una più agevolata. Ma cosi non è.
Al contrario, vengono considerati come prodotti alla stregua di telefonini, automobili e beni che primari non sono.
Sulla base delle direttive europee infatti, essendo tale imposta espressione della volontà che l’UE ha sempre espresso nel creare un’imposta armonizzata tra gli Stati Membri, occorre prestare attenzione alla Direttiva 2006/112/CE, la cosiddetta “direttiva IVA”.

L’allegato III al punto 3 rubricato “Elenco delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi che possono essere assoggettate alle aliquote ridotte di cui all’art. 98” stabilisce come vi possono rientrare quei prodotti utilizzati a protezione dell’igiene femminile, ricomprendendo quindi gli assorbenti.
I più scettici sono ferrei nel dire che tale tassazione con aliquota ordinaria è giustificata dall’inquinamento ambientale che gli assorbenti sembrerebbero produrre annualmente. Ma se così fosse, ogni bene usa e getta non può che essere considerato come bene voluttuoso, senza possibilità di ritorno. Questo farebbe venir meno qualunque tipo di tassazione agevolata per beni a questi comparabili, come ad esempio i pannolini per i neonati.

Provando a sollevare il capo per un’analisi extra-statale, la situazione è eterogenea.
In Canada e Irlanda la tassazione sugli assorbenti è pari allo zero, la Francia applica il 5,5%, mentre Belgio e Olanda il 6%. Tutto ciò è indice di una situazione frammentata, che sull’onda di un movimento richiedente un’aliquota IVA più bassa cerca di giungere anche in Italia.
È chiaro, a volte per arrivare al ventre del popolo si incappa in false informazioni e dati fasulli, ma un cambiamento del genere coinvolgerebbe tutti, giustificando l’esistenza giuridica di un’Imposta sul Valore Aggiunto con le relative aliquote di riferimento. La loro esistenza è infatti dettata da un’esigenza di distinguere tra le diverse categorie di beni coinvolte nel campo di applicazione dell’imposta, tra di loro così diverse e scaturenti da necessità divergenti. Non è paragonabile l’acquisto di un genere alimentare con un’automobile, né di una pentola con un francobollo da collezione.

Il legislatore fiscale incorre sempre in una dicotomia nella creazione dei tributi: il presupposto economico e quello giuridico. Questi sono complementari ma distinti: economicamente il legislatore ha interesse a tassare la maggior parte dei beni con aliquote più alte, ma giuridicamente trova l’ostacolo delle leggi, primo tra tutti quell’art. 53 della Costituzione.
Per non giungere ad un sistema in cui l’acquisto di un prodotto venga sottoposto ad un’aliquota ordinaria a prescindere dal tipo di bene, dalla sua funzione, e dalla necessità, è facile sentir parlare di trattamento discriminatorio o sessista, specie se non si fa riferimento alla legge nel citare tali dati.

L’assorbente non deve che essere il simbolo per la richiesta di un sistema fiscale coerente e creato a misura di cittadino, e non al contrario, di Fisco.

Filomena Grande
Socio BeGov, Area Giustizia e Legalità

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