L’ECONOMIA SOMMERSA E IL RAPPORTO TRA STATO E CONTRIBUENTI

Negli ultimi anni l’Italia sta affrontando alcune problematiche come l’elevato debito pubblico, la crescita zero del PIL, la disoccupazione e le difficoltà di accesso al credito da parte di imprese e famiglie. In particolare, una questione altrettanto complessa che preoccupa il governo italiano è rappresentata dall’elevata incidenza dell’economia sommersa rispetto al PIL. Tecnicamente quest’ultima può essere definita come l’insieme di attività economiche che contribuiscono alla formazione del Prodotto Interno Lordo ufficialmente calcolato, ma che non vengono rilevate nelle statistiche ufficiali e, di conseguenza, non sono sottoposte a regolare tassazione. Più semplicemente, l’economia sommersa rappresenta l’insieme di attività economiche che sfugge alle rilevazioni del fisco in quanto messe in atto senza adempiere agli obblighi fiscali e contributivi. In Italia l’economia sommersa nel 2013 si quantificava in 190 miliardi di euro, ovvero l’11,9% del PIL, coerentemente con le stime fornite dall’ISTAT. In aggiunta nel triennio 2011-2013 l’andamento del sommerso economico ha presentato un trend crescente: nel 2011 valeva 184 miliardi di euro e nel 2012 si quantificava in 189 miliardi di euro. Per comprendere la grandezza di questi numeri è sufficiente pensare che tra i principali cinque paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia e Spagna), l’Italia risulta il paese in cui la diffusione dell’economia sommersa è più elevata.

L’economia sommersa è un argomento molto complesso e richiede analisi tecniche molto approfondite, ma ancora più dei numeri sono interessanti le possibili cause che hanno portato l’Italia ad essere un paese dove l’incidenza dell’economia sommersa è molto elevata. Evidentemente le cause sono molteplici, ma due di esse sono fondamentali: eccessiva regolamentazione ed elevata pressione fiscale e contributiva.

La prima causa è misurabile in termini di numero di leggi, autorizzazioni e normative che devono essere rispettare per svolgere l’attività d’impresa. Se chiedessimo agli imprenditori un regalo da parte dello Stato, molto probabilmente la risposta della maggior parte degli intervistati sarebbe quella di ridurre la burocrazia, semplificando le procedure complesse, lunghe, costose e spesso superficiali che sono richieste per svolgere l’attività imprenditoriale.

La seconda causa è, evidentemente, riscontrabile nell’elevato carico fiscali a cui sono soggetti i lavoratori e le imprese. Su questa questione non servono ulteriori spiegazioni, considerando che l’Italia rappresenta uno dei paesi in cui la pressione fiscale è più elevata.

Ciò che conta, però, è capire cosa accomuna le due cause appena citate. Esse si basano su un rapporto Stato – Contribuente disfunzionale. In altri termini, soprattutto negli anni più recenti, sembra che i cittadini tendano a percepire lo Stato in maniera negativa, ossia come un’istituzione che non agisce nell’esclusivo interesse della collettività, come invece sarebbe chiamata a fare. Basti pensare alla bassa affluenza riscontrata nelle ultime elezioni: è un segnale di come i cittadini si sentano poco rappresentati e molto lontani dallo Stato.

Alcuni cittadini, estremizzando, percepiscono lo Stato come un “nemico”, un soggetto che non sta dalla loro parte. In particolare, la pressione fiscale viene ritenuta troppo elevata in quanto lo Stato fornisce servizi qualitativamente e quantitativamente non proporzionali rispetto al carico fiscale a cui sono soggette le imprese e le famiglie. In questo modo, i cittadini si sentono ingannati e pertanto agiscono in base alla loro percezione dello Stato, ingannandolo attraverso il mancato ottemperamento degli obblighi fiscali e contributivi. La conseguenza di tutto ciò non può che essere il dilagare delle attività sommerse in tutto il paese. Risulta evidente che questo rapporto tra i cittadini e lo Stato, ha come effetto quello di danneggiare entrambi le parti interessate. Pertanto, è necessario che lo Stato agisca in modo tale da essere percepito come “Stato amico”, uno Stato che agisca nell’esclusivo interesse dei suoi cittadini, con l’obiettivo di garantire il miglioramento delle condizioni lavorative e di vita delle persone che lo vivono e lo popolano. Uno Stato equo che utilizzi le entrate fiscali esclusivamente nell’interesse dei suoi cittadini, instaurando un clima di fiducia e collaborazione con i contribuenti. Dunque, si dovrebbero adottare degli interventi di politica economica che pongano le basi affinché i contribuenti non si trovino nella necessità di ingannare lo Stato. In questo modo, si incentivano i cittadini ad operare nell’economia regolare e questi ultimi, consapevoli di essere governati da uno Stato che sta dalla loro parte, collaboreranno affinché non si verifichino alcune attività sconosciute al fisco. Infatti, se i cittadini diventassero consapevoli del fatto che il pagamento delle imposte, adeguate alla capacità contributiva del singolo, rappresentano un atteggiamento proficuo non solo per l’intera società, ma anche per il cittadino stesso, allora aumenteranno gli incentivi alla tax compliance (adempimento spontaneo agli obblighi fiscali e contributivi da parte dei cittadini) con un conseguente abbattimento della pressione fiscale. È evidente che cambiare radicalmente il rapporto tra lo Stato e i contribuenti non rappresenta la soluzione definitiva al problema dell’economia sommersa. Tuttavia, può rappresentare un primo passo nella direzione di una maggiore collaborazione tra Stato e cittadini affinché entrambe le parti comprendano il vantaggio reciproco derivante da un rapporto di fiducia, rispetto ad uno quasi conflittuale come quello che ha caratterizzato il contesto italiano negli ultimi anni. I vantaggi di questo nuovo rapporto non riguarderanno solo il contrasto delle attività sommerse, ma sono anche e soprattutto inerenti alla vita quotidiana di imprese e famiglie. Infatti, un clima collaborativo e di fiducia reciproca potrebbe garantire un alleggerimento delle procedure burocratiche, una riduzione del carico fiscale e, in generale, si ritroverebbe il giusto equilibrio tra contributi versati dai cittadini e servizi erogati dallo Stato.

 

Alessandro Turchi

2 commenti su “L’ECONOMIA SOMMERSA E IL RAPPORTO TRA STATO E CONTRIBUENTI

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