Le midterm americane: tra incertezza politica e nuovi sviluppi

In realtà, le midterms non sono ancora finite. Ad una settimana di distanza dalle elezioni di metà mandato, l’unico dato chiaro riguarda la doppia faccia del Congresso: Camera in mano democratica e Senato ai repubblicani. A differenza delle presidenziali del 2016, non vi è stata nessuna differenza abissale fra sondaggi e voti. Non si può, allo stato attuale, parlare di vincitori e vinti. Possiamo invece, definire i democratici delusi – in parte – dalla mancata blue wave, che non ha completamente travolto i repubblicani. È vero, i democratici avevano molti più seggi da difendere al Senato e l’aver recuperato ben 34 seggi alla Camera – potenzialmente potrebbero diventare 44, considerando che restano ancora dieci distretti da assegnare – oltre ad aver praticamente pareggiato il numero di stati nella corsa per la carica di governatore. I repubblicani hanno mantenuto, non senza difficoltà, il controllo del Senato. Hanno perso l’Arizona, lo stato di John McCain ma stanno vincendo in Florida – l’uso del condizionale è d’obbligo, considerando che è in corso il riconteggio dei voti e che l’ultima volta che venne assegnato lo stato con estrema facilità (Al Gore – presidenziali 2000), il risultato fu smentito poche ore dopo, finendo davanti la Corte Suprema, risultando vitale ai fini della vittoria di George W. Bush.

Queste elezioni, considerate dai molti come un referendum sulla figura di Trump, in realtà ci consegnano molti “first time”: la prima donna apertamente bisessuale – Kyrsten Sinema, neoeletta senatrice in Arizona – siederà al Senato, Alexandria Ocasio-Cortez è la più giovane donna mai eletta al Congresso, due donne musulmane – Rashida Tlaib e Ilhan Omar – siederanno per la prima volta presso il Capitol Hill. La lista è molto più lunga. Un dato molto importante riguarda il numero di donne elette. Sono 101, al momento, le donne che siederanno fra i 535 scranni fra Camera e Senato. Oltre le novità, non sono mancati i ritorni: Mitt Romney, lo sfidante di Barack Obama nel 2012, è stato eletto senatore in Utah. Ad indebolire, quantomeno mentalmente oltre che a livello elettorale i repubblicani, ci ha pensato Beto O’Rourke, giovane democratico candidato al Senato in Texas, il quale ha scalfito e quasi battuto l’establishment repubblicano e il senatore uscente Ted Cruz. In casa repubblicana, per non farsi mancare nulla, il giorno seguente le elezioni di medio termine, l’Attorney General Jeff Sessions ha rassegnato le sue dimissioni, dando seguito ad alcune voci che lo vedevano in collisione col Presidente. Indubbiamente la maggiore abilità dei democratici – i quali hanno fatto partire la loro campagna elettorale dal gennaio 2017, cogliendo ogni esitazione della Casa Bianca, su tutte la nomina di Brett Kavanaugh alla Corte Suprema – è stata quella di riuscire a portare a votare un numero di elettori mai registrato nelle precedenti elezioni di metà mandato. Si pensi che in Texas – il dato riguarda l’early vote – nel 2014 votarono 1,7 milioni di persone; in questa tornata elettorale, già prima dello scorso martedì, oltre 4,7 milioni di persone avevano già espresso il loro diritto di voto. Le reazioni successive alle midterms sono state discordanti: Donald Trump ha dichiarato vittoria per poi accanirsi contro i “brogli elettorali in Florida”; al contrario, l’ex e futura speaker Nancy Pelosi, forte della maggioranza ottenuta, ha palesato l’intenzione di ripristinare i controlli e gli equilibri costituzionali sull’amministrazione del Presidente e ha lanciato la corsa per le presidenziali del 2020. A tal proposito, seppur ancora presto, i democratici hanno una rosa di nomi lunghissima, dove figura anche Hillary Clinton, la quale, secondo quanto affermato dal suo ex consigliere Mark Penn, si vorrebbe ricandidare per “sfrattare” Trump dalla White House.

La parola in voga negli USA in questi giorni è “compromesso”, una parola che, secondo fonti della Casa Bianca, il POTUS avrebbe utilizzato per aprire alla maggioranza blu alla Camera. Molti credono che Trump possa sovra-utilizzare lo strumento dell’ordine esecutivo, già famoso per i muslim ban durante il primo periodo di presidenza. Un dato interessante, riguardante il grado di fiducia dei giovani nei confronti dei partiti, vede un calo netto nei confronti del GOP; solo il 32% dei ragazzi fra i 18 e i 29 anni lo ha scelto nell’urna.  Il nuovo Congresso inizierà le sue attività a gennaio: Trump, grazie alla maggioranza in Senato avrà strada libera sulla politica estera e le nomine – particolare attenzione alla Corte Suprema – mentre incontrerà non poche difficoltà sulla politica interna. Dopo gli scossoni all’interno del Dipartimento di Giustizia, si attendono novità sul versante del Russiagate. Il procuratore speciale, Robert Mueller, ha preferito la strada del silenzio durante il periodo elettorale. L’agenda di Trump resta fitta e le primarie democratiche sono dietro l’angolo. Un Presidente famoso tanto quanto Trump, Frank Underwood, era solito dire: “il Presidente è come un albero solitario in un campo deserto, si piega da ogni parte tiri il vento”. Da oggi, alla Casa Bianca, il Presidente dovrà resistere alle raffiche che i democratici gli scaglieranno, con maggior vigore rispetto al biennio appena trascorso, nei prossimi due anni.

Dott. Salvatore Stanizzi
Redattore della pagina The American Post

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