Le elezioni politiche e la crisi della rappresentanza

L’appuntamento elettorale del 4 Marzo arriva in un momento storico di grande incertezza.
Incertezza forse non maggiore degli anni passati, in cui il nostro Paese ha saputo rialzarsi dalle macerie di eventi apparentemente distruttivi, ma senz’altro di una portata tale da incidere su aspetti macro e microeconomici, sociali e culturali che influiscono sulle difficoltà della piccola e media borghesia.

L’instabilità dei processi di globalizzazione è senz’altro la radice di tale l’incertezza.
L’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, che hanno caratterizzato l’inizio del nuovo millennio e che hanno contributo all’accrescimento generale di una cultura globalmente intesa, si è andato accostando ad un clima generale di insicurezza dovuta sia all’insorgere di atti di natura terroristica su scala mondiale sia allo scoppio della crisi economica del 2008.
Elementi, quest’ultimi,  entrambi testimoni tangibili dei limiti della globalizzazione non controllata e che rendono quanto mai chiaro il ruolo sempre più passivo degli Stati propriamente intesi e dei loro rispettivi parlamenti, dei quali diviene sempre più difficile rinvenirne i benché minimi sprazzi di sovranità.

Come risposta a questo stato di cose i governi centrali, specie quelli europei, hanno cercato – spesso con scarsi risultati ad essere sinceri – di adottare riforme radicali che ristabilissero la legittimazione decisoria, tentando quindi di mutare gli assetti istituzionali esistenti. Tutto ciò con l’auspicio di dare maggiore governabilità e quindi credibilità agli Stati nazionali.
Esempio lampante di ciò è proprio il nostro Paese. Che, su questo fronte, vive da ormai diverso tempo un conflitto fra concezioni riformistiche e conservatrici.
Se, infatti, da una parte si fa strada un certo atteggiamento rivolto al superamento dei vecchi dogmi della politica, tra i quali spicca il parlamentarismo propriamente inteso, dall’altra vi è invece una certa resistenza – difficile dire se per tradizione o per lungimiranza – ad un capovolgimento delle sovrastrutture attuali.
Estrinsecazione di questo conflitto è stato il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.
Questa data è stata di centrale importanza per la legislatura che ci lasciamo alle spalle. Non tanto – come ad una lettura superficiale potrebbe sembrare – per la nuova scacchiera politica presentataci a seguito del voto ed ai cambi repentini di governi e di maggioranze politiche che si sono susseguiti, quanto piuttosto per il rinnovato assetto istituzionale in cui ci si è ritrovati, che ci ha immerso in una dimensione storico-politica tutta nuova.
Se la vittoria del Sì al referendum costituzionale, infatti, avrebbe dovuto aprire le porte alla terza repubblica – mutatis mutandis – la vittoria del No, invece, ha reintrodotto una dialettica politica simile a quella anteriore all’inizio della c.d. Seconda repubblica (l’espressione, tra l’altro, è impropriamente utilizzata in Italia, dove effettivamente non vi è mai stata una divisione fra ere repubblicane, come invece in altri stati d’Europa, ad esempio la Francia).

Ormai tramontato il bipolarismo così come lo si era auspicato e illusoriamente raggiunto nemmeno 10 anni fa, è quindi riemerso quel moltiplicarsi dei partiti che sembrava essersi concluso con la votazione del referendum abrogativo della legge elettorale proporzionale del 1993. Superamento che già aveva manifestato i propri sintomi nelle elezioni politiche del 2013, dove ad imporsi nel panorama politico italiano, raccogliendo il voto di protesta per le ragioni sopra riportate, è stato un vento tutt’altro che passeggero di forze che si pongono in pieno conflitto con i partiti tradizionali (sebbene da noi, è bene accennarlo pur senza approfondire, questo processo ha seguito dinamiche ben distinte che dal resto d’Europa).

Manifestazione di questo nuovo scenario politico, dalle vedute quindi multi-polare, è senz’altro la dibattutissima legge elettorale con la quale si andrà a votare il prossimo 4 Marzo, la c.d. Rosatellum bis.
Com’è noto la normativa in questione favorisce la creazione di nuovi partiti che potranno auspicare a varcare le porte del parlamento, data la modica soglia del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni.
Una svolta sicuramente, vista anche la precedente – e desueta – legge Italicum, portatrice invece di una forte tensione maggioritaria e che rientrava in quella più ampia visione di modifica degli apparati costituzionali.
Cosicché oggi il rinnovo del Parlamento verrà eseguito con un meccanismo di ripartizione dei seggi su base maggioritaria per i c.d. collegi uninominali, e su base proporzionale per i collegi plurinominali, nei quali i candidati verranno (anzi, sono in queste ore..) scelti dalle segreterie dei partiti.
Un metodo sopra il quale molto si discute e si continua a discutere e che già, probabilmente, segna il primo solco fra le differenze strutturali dei diversi partiti, quelli tradizionalmente intesi da un lato e quelli dell’era post-ideologica dall’altro.

Le istanze di partecipazioni dal basso e quelle di una funzione mediatrice dei soggetti partiti è stato infatti il vero grande tema su cui, implicitamente o meno, la maggioranza e l’opposizione hanno dibattuto in questi anni. E che, come detto, sono il terreno di scontro tra modelli opposti di modus operandi della politica. Appaiono anzi questi temi come ancora più forti rispetto alla tradizionale contesa fra destra e sinistra, che pure hanno dominato lo scenario politico da ormai secoli.
Ciò a dimostrazione del fatto che vi sia un superamento delle basilari categorie della politica alimentato da queste nuove forze nascenti, che interpretano il conflitto sociale in maniera diversa rispetto agli altri partiti: non più classe lavoratrice contro quella imprenditoriale, bensì lotta fra privilegiati e ultimi, fra casta e cittadini comuni. Cosicché questo si traduce in un panorama politico che vive parallelamente con soggetti politici che non solo rappresentano il conflitto in maniera diversa, ma anche concepiscono il conflitto stesso in maniera diversa.

Per ragioni di utilità pratica proviamo ora a basarci su due macro-categorie per uscire dalla generalizzazione di cui sopra.
La prima macro-categoria è quella dei partiti tradizionali, mentre la seconda è quella che raccoglie i movimenti di protesta.
Le due maggiori forze politiche tradizionali – e che, secondo il nostro ragionamento, rientrano quindi nelle sottocategorie di destra e sinistra –  sono quelle del centro-destra e del centro-sinistra. Il centro-destra fa perno su Forza Italia, la cui leadership è ancora in mano ad un evergreen Silvio Berlusconi; a questi si accostano la Lega (ormai non più nord) di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia, con a capo Giorgia Meloni. Sempre seguendo il nostro ragionamento, nella seconda sottocategoria, vi ritroviamo il Partito Democratico, che nel panorama politico, nonostante gli evidenti ridimensionamenti degli ultimi tempi, rimane l’unico partito impostato con le medesime organicità del passato: un partito cioè basato su organismi partecipativi, circoli, segreteria di partito, ecc. A questi si aggiungono per la formazione della coalizione di centro-sinistra minori forze politiche quali quelle dei radicali (Forza Europa), Insieme, raggruppamento di Socialisti, Verdi e Area Civica, e infine Civica Popolare, che riunisce Popolari e Moderati post-Dc.
La seconda macro-categoria, invece, cioè quella delle forze politiche nate come risposta ai processi di globalizzazione, è rappresentata nel nostro paese, a parte varie sfumature (comunque poco influenti ai fini del nostro discorso), dal Movimento 5 Stelle.
Impostosi definitivamente nella scena politica nelle elezioni politiche del 2013 con oltre il 20% dei consensi, la forza politica capitanata in passato da Beppe Grillo e che ora ha come leader Luigi di Maio, si candida oggi come ieri a raccogliere quel massiccio voto di protesta, opponendosi pesantemente contro i vecchi partiti, rifiutando le alleanze e facendosi portavoce di un modello di un funzionamento della democrazia di tipo diretto, in cui cioè i cittadini esercitino la sovranità non attraverso la mediazione dei partiti ma attraverso le piattaforme web e i referendum di tipo consultivo.

Detto ciò rileviamo come il superamento delle categorie concettuali della politica sotto tutti i punti di vista si riversa inevitabilmente sui programmi elettorali, almeno sotto due profili:
1) Sotto il primo aspetto la liquidità si manifesta anche nella stessa divisione tradizionale di destra e sinistra. Tanto per essere chiari, riportiamo qui due esempi. Il primo riguardo il centro-destra che nonostante la presenza di due forze c.d. sovraniste, quali Lega e Fratelli d’Italia, fa comunque perno su Forza d’Italia, che proprio ultimamente è andata a ricucire i legami con i popolari europei, cioè coloro i quali secondo il partito del Carroccio e quello di Giorgia Meloni sono i responsabili dei problemi italiani ed europei.
Senza inoltre ricordare che il partito guidato da Silvio Berlusconi esprime l’atteggiamento più garantista di tutto il panorama politico, a differenza degli altri due, che tendono invece ad assecondare l’ossessione securitaria dei cittadini.
Il secondo esempio riguarda il Pd, che pur essendo riuscito nell’impresa di riunire sotto lo stesso tetto un’ampia gamma di movimenti e partiti di natura laica, cattolica, liberale e socialista, più che aver messo in piedi una consolidata esperienza di coalizione, sembra aver piuttosto affilato le armi nel tentativo di difendere e portare avanti il lavoro svolto in questa legislatura. Mentre vengono a tacersi alcune o comunque passano in secondo piano alcune incompatibilità programmatiche in campo sia etico che economico. Senza inoltre veri elementi di quell’auspicato progressismo di governo (che non si può limitare alle sole, pur sacrosante, battaglie in materia di diritti civili), forse anche per via dello scollamento da sinistra dello storico tessuto dirigenziale.
2) Dal secondo punto di vista il Movimento 5 Stelle, rappresentativo della concezione post-moderna della rappresentanza politica (quindi lotta ai privilegi, trasparenza, ecc.), possiede invece un ibrido atteggiamento verso i temi di rilevanza, pur se meno sentiti, comunque maggiori. Non si capisce cosa il M5S pensi in merito a temi fondamentali quali giustizia, Euro ed Europa, né tanto meno quale sia la lente con la quale il mondo venga guardato. In merito alle soluzioni ai problemi del Paese abbiamo osservato talvolta un atteggiamento interventista, talvolta liberista, talvolta nessuno dei due. Al di là dell’inesperienza, probabilmente, della sua classe dirigente, ciò che colpisce di questa nuova visione della politica, di questa nuova forma di interpretazione del conflitto sociale, ciò che colpisce è che vi sia una grande esaltazione di problemi che problemi non sono e non vi è neppure una ratio ordinata in merito alle soluzioni.  Si dirà che questa è la nuova visione di una politica che nasce dal basso, ma si risponde a ciò che ad un mondo che vive problemi radicali non si possono che offrire risposte altrettanto radicali.

Alla luce di ciò, quindi, risultano necessarie alcune riflessioni.
La prima in ordine al significato di tale tornata elettorale. Sarebbe troppo semplice ricondurre questa fase alla semplicistica definizione di transizione. Se non altro perché in un epoca di liquidità istituzionale tutto è transitorio e nulla è mai definitivo. E forse proprio per questo motivo chiedersi cosa significhino le elezioni del 4 marzo diviene inutile mentre assume rilevanza capire quale sia la sfida che abbiamo dinnanzi.
A modesto avviso di chi scrive, nell’epoca della complessità ridotta a riti semplicistici, nell’epoca che registra il più ampio tasso di disaffezione verso le cosa pubblica, nell’epoca dove le giovani generazioni hanno sempre più difficoltà a trovare lavoro o anche solo a studiare, in quest’epoca la sfida dinnanzi al rinnovo di un organo legislativo della Repubblica diventa per le istituzioni quello di recuperare credibilità.
La vera sfida di questo tempo per la politica tutta diventa quello di emanciparsi dalla subalternità culturale nei confronti del populismo. Partendo innanzitutto dal presupposto, però, che per populismo, così come lo si è tentato di analizzare qui, non debba intendersi quale fattore, bensì come prodotto della crescita smisurata di ampie fette di popolazione che non hanno regolare accesso ad istruzione, sanità, reddito.
Saper imporre i temi che corrispondono alle reali esigenze del paese, anche quelle che non sono direttamente percepite dai cittadini stessi, diventa la chiave di volta per una riacquisto di credibilità delle istituzioni.
In un paese nel quale l’analfabetismo funzionale sovrasta le gerarchie imposte delle scienze, i cittadini necessitano di corpi intermedi che siano in grado di gestire i processi politici ed economici globali ed interni. Quegli stessi corpi intermedi che oggi appaiono perennemente in crisi proprio perché incapaci di interpretare la radicalità dei tempi che stiamo attraversando.
La crisi della politica, delle istituzioni, insomma, è la crisi dei corpi intermedi.

La seconda riflessione che si impone è strettamente legata alla prima, sia che per il punto di partenza che per quello di arrivo.
Di fronte ad un’ampia platea di cittadini disinteressati alla politica, il goffo tentativo di risposta da parte dei soggetti politici è mirato sempre di più verso gli umori e i sentimenti più facili da intercettare a fini elettorali, tralasciando invece alcune tematiche che sembrano essere sparite senza mai davvero essere nate.
Sarebbe curioso, infatti, capire cosa ne pensino i partiti che si candidano a guidare il Paese, oltre che di Flat tax, reddito di cittadinanza, canone Rai, ecc., anche di temi come riscaldamento globale, politica estera, dumping sociale, innovazione tecnologiche in campo lavorativo. Di tutto ciò e di molto altro che pur non avendo egemonizzato il dibatti, risulta essere più interessante per la vita delle future e attuali generazioni nei prossimi 20-30 anni.
Qual è il nuovo atteggiamento dello Stato di fronte questi fenomeni? Non pare esserci un’idea in grado di rispondere a questo interrogativo. Piuttosto ci si sofferma su aspetti che, magari anche contribuendo alla vivacità del dibattito, non centrano assolutamente il nucleo attorno a cui la politica ha il ruolo di concentrarsi. La verità, anzi le verità, sembrano davvero non interessare più a nessuno.
Una politica altra, insomma, quindi inutile.

La strada maestra a questo riguardo è indicata nella Carta Costituzionale.
Il dettato costituzionale, infatti, al di là di qualsiasi facile astrazione che se ne possa fare, rimane ancora inattuata nella sua più ampia parte. Speciale riferimento in questo senso se ne fa dell’art. 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
E’ perciò naturale che il recupero della credibilità dei corpi intermedi sia prodromico verso quello delle istituzioni. Ed ancora – si ribadisce – è necessario uno sforzo eccezionale di onestà intellettuale per ribadire che uno stato democratico necessita di costi inevitabili per il suo funzionamento, quali finanziamenti pubblici ai partiti e alle attività politiche. Ciò che serve, sempre a parere di chi scrive, è una classe dirigente formata che sia in grado di leggere e capire il mondo.
L’investimento più grande che possa fare questo paese è quello negli strumenti di democrazia costituzionalmente garantiti: la politica investa su se stessa.

Altrimenti, nel suo teatrino ridondante, il risultato sarà quello di una classe dirigente che sarà sempre di più autoreferenziale e inadatta al proprio ruolo. Con l’ulteriore conseguenza che il processo di impoverimento politico-culturale influirà anche sulla sovranità che l’organismo legislativo sarà in grado di esercitare, svuotandone di fatto il relativo motivo di esistere.

Daniele Corasaniti
Resp. Workshop & Ufficio Stampa UMG Catanzaro

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