Inquinamento: può un’idea populista salvare il pianeta?

Negli ultimi anni l’incidenza delle catastrofi naturali, indissolubilmente correlate ai mutamenti climatici, è aumentata esponenzialmente, sia in termini di frequenza nonché di potenza sia, conseguentemente, in termini di costi addebitati, come gravoso contraccolpo, alle nazioni. Queste ultime si ritrovano costrette, per l’appunto, a sostenere tali oneri, nell’intento di restituire uno status di normalità alle popolazioni e ai territori colpiti da eventi così estremi e inattesi. Unitamente a tali eventi, tenendo conto dei dati stimati dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità,) il numero di decessi annui, per cause relative all’inquinamento e riconducibili agli effetti nocivi prodotti dai gas serra nella nostra atmosfera, si aggira tra i 7 ed i 9 milioni.


La presenza di gas serra nell’atmosfera, quali la CO2 e il metano, comporta la produzione di una barriera che intrappola i raggi solari, i quali, a loro volta, sono sottoposti ad un impedimento nella naturale riflessione verso lo spazio. Come conseguenza di ciò è da annoverare il riscaldamento globale, che, come prova del precario equilibrio del pianeta, ci rende lo scioglimento del permafrost. Difatti, come riportato dal rapporto dell’Onu 2018 sul clima, molti scienziati affermano che, con il ritmo di emissioni odierno, la temperatura potrebbe giungere, già nei prossimi 12 anni, alla soglia massima di +1,5°C, oltre il quale valore i danni provocati assumerebbero la gravità di una portata tale da avere un impatto gravissimo già per la nostra generazione. Viste le previsioni elaborate, a partire dal 2030, se superato il limite di sicurezza, secondo le stime, la coltre di ghiaccio della calotta polare artica si andrà a sciogliere per decine di centinaia di km2 al punto da rendere concreto il rischio di perdere, nella sola Europa, città come Londra e Venezia, o addirittura intere nazioni come l’Olanda e, nel caso dell’Italia, vaste aree come la Pianura padana e il Salento.
Rispetto a qualche anno fa, si è preso coscienza della gravità dei mutamenti sopra citati: questi stanno già imponendo un nuovo assetto alla Terra, sia per quel che concerne gli equilibri naturali di flora e fauna sia per quelli che saranno i nuovi assets geo-politici. Infatti, con l’aumento delle temperature, stiamo assistendo al proliferare di nuove specie animali ‘’aliene’’ all’interno di eco-sistemi che altrimenti si sarebbero rivelati inospitali per gli stessi. Un esempio è fornito dal Mar Mediterraneo, dove, con l’acidificazione legata alle alte temperature degli ultimi anni, numerose specie di meduse tropicali hanno invaso il bacino, suscitando timore tra gli esperti per l’integrità del suo eco-sistema e delle sue peculiarità costitutive.

L’incremento dell’impatto di catastrofi naturali aprirà una nuova e triste stagione di fenomeni migratori, la cui portata andrà ben oltre le cifre alle quali stiamo assistendo oggi. Basti pensare che, se il sistema di accoglienza Europeo in questi anni è andato in tilt per qualche decina di migliaia di migranti, le previsioni future sono di certo poco ottimistiche. Si pensa che i ‘’migranti climatici’’, nonché persone costrette a lasciare la loro terra incoltivabile e sterile, perché desertificata (61 i paesi a rischio carestia) o addirittura inondata, si possano aggirare intorno ai 150 milioni di individui, i quali, necessariamente e logicamente, necessiteranno di una nuova casa. Ciò comporterà delle azioni di solidarietà condivisa tra tutti i governi nazionali: non si potrà più pensare di aiutare questi migranti nei loro paesi d’origine, perché molto probabilmente non esisteranno più.
In passato sono stati stilati e approvati due documenti con l’obiettivo di raggiungere un accordo, a livello globale, attraverso il quale tutti i paesi si dovevano impegnare a ridurre le emissioni di CO2: il primo documento è il Protocollo di Kyoto (1997); il secondo, più recente ed erede del primo, è noto come l’Accordo di Parigi (2015). Purtroppo entrambi presentano grosse lacune che ne hanno minato e ne minano tutt’oggi l’efficacia. Infatti, pur seguendo il protocollo di Kyoto, era relativamente facile, per le grosse realtà, continuare a produrre, nonostante i vincoli preposti sulle emissioni, attraverso varie opportunità come la delocalizzazione. Nell’accordo di Parigi, invece, pur se previste misure più stringenti, non è predisposto alcun vincolo o multa, al fine di penalizzare i paesi non in linea con i principi della sottoscrizione.

Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), i 5 steps da seguire per evitare di superare la barriera dei +1,5 °C sono:
• ridurre le emissioni globali di CO2 arrivando nel 2030 a produrre il 45 per cento di quelle prodotte nel 2010;
• produrre l’85% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2050;
• portare il consumo di carbone a zero il prima possibile;
• allocare almeno 7 milioni di chilometri quadrati (l’equivalente della superficie dell’Australia) alle coltivazioni per i biocarburanti;
• raggiungere l’equilibrio ed essere quindi a emissioni zero entro il 2050.

Come farlo?
Due le strade percorribili:
– la prima attraverso l’abbattimento dei livelli di emissione, grazie alla riprogettazione del sistema energetico così come lo conosciamo oggi, mediante la transizione verso l’uso di fonti energetiche rinnovabili, l’utilizzo di veicoli elettrici, riduzione del consumo di carne e attraverso un virtuoso ciclo dei rifiuti;
– la seconda prevede la rimozione ‘’fisica’’ della CO2, strada percorribile solo attraverso metodi come la riforestazione o lo stoccaggio del carbonio (procedimento ancora in via sperimentale).
Dal rapporto Onu si evince come non ci sia più tempo per rinviare le decisioni ed ancor meno le azioni da intraprendere per evitare il verificarsi della catastrofe. Ad ogni modo, non è stato ancora mosso alcun passo significativo verso la realizzazione di questi obiettivi. Anzi, il governo americano, nella persona del presidente Trump, ha autorizzato nuove trivellazioni nel circolo polare artico. Anche se indubbiamente in linea con il suo ideale politico, che vede un futuro dove siano ancora i combustibili fossili la soluzione per produrre energia, si tratta, sul piano ambientale, di una decisione discutibile, considerato il rischio di rilasciare nell’area migliaia di m3 di gas metano. La linea politica del Presidente Trump trova dunque terreno fertile nelle componenti imprenditoriali che osteggiano, o quanto meno non favoriscono, l’evoluzione energetica, dal momento che il verificarsi di tale eventualità minerebbe la redditività dei loro business.

Ma c’è una soluzione che potrebbe mettere d’accordo tutti gli stakeholders: politici, mondo imprenditoriale e cittadini. Ad elaborarla è stato il politologo e fondatore del Climate Leadership Council, Ted Halstead, secondo cui, visto il punto di stagnazione in cui si trovano le politiche ambientali, si potrebbe creare un’alternativa, basata sui principi del libero scambio.
La sua visione si suddivide in 4 pilastri:
• Introduzione di una ‘’Carbon tax’’ ad incremento graduale, il cui obiettivo è quello di includere i costi derivanti dalle esternalità negative, come l’inquinamento, nel prezzo di mercato. Sarà così per le imprese più costoso inquinare e, in aggiunta, il consumatore indirizzerà la sua scelta su prodotti eco-sostenibili e quindi più vantaggiosi sul piano economico;
• Redistribuzione dei dividendi derivanti dalla ‘’Carbon tax’’ ai cittadini e alle imprese, unitamente a politiche che portino all’efficientamento energetico. Una proposta populista (così definita dallo stesso Halstead), ma essendo di per sé una tassa impopolare è necessario incentivare i cittadini a perseguire un consumo virtuoso, attraverso il quale otterrebbero benefici già nel breve periodo, eliminando così la barriera psicologica cui deriva la mal digerita idea di dover affrontare sacrifici nel breve periodo per il benefico di altre persone nel lungo termine;

• Abrogazione delle norme precedenti e non più necessarie, così che le nuove norme vengano negoziate in termini di prezzo sul carbonio. Secondo le stime, questo processo consentirebbe di raggiungere (negli USA) gli obiettivi prefissati nel trattato di Parigi nei tempi previsti, con un’efficienza doppia rispetto alle regolamentazioni dell’era Obama e ed addirittura triplicate rispetto al nuovo corso dettato da Trump;
• Effetto domino sul clima: innanzitutto il paese che adotterà il piano dei dividendi sul carbonio avrà interesse a tutelare la competitività delle sue aziende, avviate verso una frontiera di produzione eco-sostenibile. Per salvaguardare queste realtà produttive, il governo tenderà ad introdurre una tassa doganale secondo cui, i paesi non conformi ai nuovi standard produttivi dei livelli di CO2 e che intendano esportare beni sul mercato di riferimento, dovranno versare un sovraprezzo derivante dalla quantità di carbonio generata per produrre tali prodotti. Il ricavato aumenterebbe, come conseguenza, i dividendi per i cittadini, il che porterebbe il secondo paese ‘’esportatore’’ ad emulare il piano dei dividendi, per agevolare le sue imprese ed aumentare i redditi dei suoi cittadini. Ciò avvierebbe un effetto domino a cui tutti i paesi dovrebbero conformarsi per poter rimanere competitivi, lanciando così una gara ‘’al ribasso‘’ del carbonio e diminuendo, nei fatti, i livelli di gas serra presenti nell’atmosfera.
Secondo il parere di molti autorevoli economisti e scienziati statunitensi, questa potrebbe essere una valida soluzione attuabile sin da subito, capace di soddisfare gli interessi di tutti, di abbattere complessivamente le barriere psicologiche e geo-politiche e di superare le molteplici divisioni in fazioni.
Relativamente a quanto previsto da tale visione, basterebbe una sola delle nazioni, con un’economia tra le più influenti, per avviare il processo di decontaminazione, salvando così il mondo dall’inquinamento e apportando persino consistenti benefici monetari.

Nel nostro piccolo, come cittadini, possiamo fare tanto per garantire un futuro a noi e alle prossime generazioni: facendo scelte responsabili ed eco-friendly; promuovendo azioni di responsabilizzazione; adoperando comportamenti virtuosi come la raccolta differenziata, l’utilizzo di mezzi pubblici, la gestione domotica e smart di abitazioni e uffici ecc.
Possono sembrare inezie. In realtà:

“Se ognuno fa qualcosa, allora insieme si può fare molto”. (Don Pino Puglisi)

Francesco Durante
Socio BeGov UniCal – Università della Calabria

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