Il sottile fil rouge che lega i costi della politica alla corruzione

Uno studio del portale tedesco “Preisvergleich.de” , risalente al 2013 , condotto sugli stati membri dell’UE (27 al momento dello studio n.d.r.) effettua un’analisi sui costi della politica all’interno della comunità: i Parlamentari nazionali e gli europarlamentari gravano sulle tasche dei circa 500 milioni di cittadini per ben 781 milioni di euro all’anno.

Un deputato europeo (tra stipendio mensile, diarie, bonus, indennità giornaliere e annuali, rimborsi ed extra di vario genere) percepisce, nell’arco di un’intera legislatura, un reddito imponibile milionario (1.069.622€ lordi); complessivamente, nell’arco di una legislatura, i membri dei parlamenti nazionali costano ai cittadini 2,79 miliardi di euro. In questa dispendiosa classifica, l’Italia si colloca al secondo posto: la somma dei redditi di deputati e senatori è pari a 434 milioni di euro.

http://www.preisvergleich.de/presse/

Analizzando il nostro paese, la Camera ha 630 deputati e l’indennità parlamentare è di 10.435 euro lordi, che diventano 5.000€ al netto di ritenute fiscali e previdenziali. Il rimborso spese per il soggiorno è di 3.503,11 euro.

I deputati viaggiano gratis in autostrada, treno (prima classe), nave e aereo sul territorio nazionale. Per i trasferimenti in aeroporto c’è un rimborso: da 1.107 a 1.331 euro al mese a seconda della distanza dall’aeroporto. In più, vi sono: 3.690  euro per il rapporto eletto-elettore, utilizzabile per lo stipendio dei collaboratori; 258 per le telefonate; 2.500 (per legislatura) di spese informatiche.

Per ciò che concerne l ‘assegno di fine mandato, sono previsti 46.814 euro per una legislatura.
Il Senato ha 315 senatori, che ricevono importi simili a quelli dei deputati.

Un senatore, invece, ogni mese riceve 11.555 euro di indennità, 3.500 di diaria, 1.650 euro per i trasporti e 4.180 euro per le spese di rappresentanza.

Rapportando queste cifre ai redditi dei “normali” cittadini comunitari, si ottengono dei risultati eclatanti: per la somma percepita da un deputato UE in un unico periodo di legislatura, un cittadino bulgaro dovrebbe lavorare mediamente 108 anni e un cittadino italiano 45.

Se queste cifre esorbitanti fossero seguite da politiche efficienti ed oneste, forse, il singolo cittadino potrebbe anche giustificarle ed accettarle: questo, purtroppo, non è possibile.

L’Italia, infatti, primeggia per ciò che riguarda inefficienza e corruzione. Un fatto ormai noto e diffuso è che in Italia (e non solo) la cattiva amministrazione e i fenomeni di corruzione costituiscano le cause principali della inefficienza dei servizi destinati alle collettività locali, regionali e nazionale, nonché del distacco dei cittadini verso le istituzioni. Per riflettere sul grado di diffusione della corruzione nei singoli paesi è possibile osservare il ranking mondiale delle nazioni rispetto al fenomeno (Corruption Perceptions Index -CPI- ). Nell’indice si definisce la corruzione come “un abuso della funzione pubblica al fine di ottenere benefici privati” ed è calcolato per 180 Stati.

Nel 2015, l’Italia ha occupato il 61° posto nel ranking, posizionandosi alle spalle di tutti i paesi europei, ad eccezione della Bulgaria: dati negativi sui quali occorre riflettere per avviare un a rapida e drastica inversione di tendenza.

http://www.transparency.org

La corruzione comporta alti costi sociali collettivi, assicurando benefici a poche persone e/o istituzioni: il corruttore e il corrotto traggono un vantaggio privato, individuale o per l’istituto che rappresentano, anche se socialmente ingiusto e collettivamente dannoso. Quando i gruppi sociali beneficiari della corruzione sono economicamente forti riescono a diffondere una cultura implicita di accettazione del fenomeno, rafforzando notevolmente le posizioni di corruttori e corrotti; diversamente, coloro che non appartengono ai gruppi “protetti” non accedono o accedono più difficilmente ad alcuni servizi o benefici pubblici (con la messa in discussione, in diversi casi, anche del godimento di diritti fondamentali e costituzionalmente garantiti). Tutto questo implica un enorme problema di giustizia ed equità sociale.

Alla luce di queste considerazioni, sorge spontaneo chiedersi: Quali soluzioni adottare per contrastare il fenomeno?

Negli ultimi decenni la lotta alla corruzione è entrata nel vivo delle agende istituzionali delle istituzioni internazionali e di alcune organizzazioni non governative: dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (che si è espressa sulla corruzione, per la prima volta, nel 1975), il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale , fino a giungere all’ OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico) e al Transparency International. I diversi approcci adottati non hanno, tuttavia, condotto alla soluzione del problema.

Come suggerito dal prof. Elio Borgonovi, l’aumento del rigore dei controlli e la crescita delle rigidità delle procedure non fanno altre che produrre una soluzione illusoria delle problematiche legate alla corruzione, determinando spesso un aumento delle complessità amministrative con processi più lunghi e meno chiari.

Sarebbe necessario puntare, invece, su:

  • Norme e regole fondate su valutazioni di efficienza, efficacia ed economicità, migliorando così la qualità dei complessi sistemi amministrativi;
  • Una più nitida distinzione di ruoli e funzioni e, conseguentemente, di responsabilità;
  • Promuovere e diffondere un’etica e una cultura pubblica sottolineando il maggiore benessere collettivo raggiunto da società meno corrotte;
  • Sistemi strutturati di rendicontazione verso tutti i portatori legittimi di interessi;
  • Processi decisionali semplici e trasparenti: tanto più la procedura è semplice, tanto più il controllo risulta facile e socializzabile.

E’ necessario, più di ogni altra cosa, tentare di cambiare un atteggiamento culturale che sembra inestirpabile. Superare la cultura del silenzio e offrire garanzie di protezione ai soggetti che decidono di denunciarlo: il whistleblowing (soffiatore nel fischietto).

Su questo punto, il Transparency International Italia si batte dal 2009: “Il whistleblowing è uno strumento di derivazione anglosassone, attraverso il quale i dipendenti di un’organizzazione, pubblica o privata, segnalano a specifici individui o organismi una possibile frode, un reato, un illecito o qualunque condotta irregolare, commessa da altri soggetti appartenenti all’organizzazione. I dipendenti sono le prime persone che vengono a conoscenza di eventuali situazioni di rischi e quindi proprio loro si trovano nella posizione migliore per segnalare in modo tempestivo, prima che sopraggiungano complicazioni. La gestione virtuosa del whistleblowing contribuisce non solo ad individuare e contrastare possibili illeciti, ma anche a diffondere la cultura dell’etica e della legalità all’interno delle organizzazioni, a creare un clima di trasparenza e un senso di partecipazione e appartenenza.

Questo può avvenire grazie al superamento del timore dei dipendenti di subire ritorsioni da parte degli organi sociali o dei colleghi, oppure dal rischio di vedere inascoltata la propria segnalazione”.

Con il solito ritardo rispetto ai Paesi più evoluti, anche l’Italia dovrebbe finalmente avere una legge al riguardo: nell’ottobre del 2015 la deputata On. Francesca Businarolo (M5S) e altri hanno presentato una proposta di legge ordinaria (Atto Camera: 3365 “Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato”) alla Camera dei deputati. Nel Gennaio 2016 la Camera ha approvato il disegno di legge sul whistleblowing che, tuttavia, trasmesso al Senato, ad oggi rimane ancora bloccato.

L.F.

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Fonti

Borgonovi, Fattore, Longo   “Management delle istituzioni pubbliche”

http://www.preisvergleich.de/presse/

https://www.transparency.it/

http://www.camera.it/

http://www.repubblica.it/

http://www.transparency.org/

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