Due riflessioni sulle (apparenti) divisioni territoriali del voto del 4 marzo

IL PAESE INDIVISO:

(POCA) CULTURA AMMINISTRATIVA E (MOLTO) VOTO DI ASPETTATIVA

di Domenico Bilotti (*)

Hang around the theaters
Girl by the whirlpool
Lookin’ for a new fool
Don’t follow leaders, watch the parkin’ meters

Nella rappresentazione massmediologica è fortemente passata l’idea che il 4 Marzo abbiano nei fatti votato due Italie diverse: quella settentrionale, della produzione, del consumo e della lotta per la detassazione; quella meridionale, dei debiti, delle promesse assistenzialistiche fuori tempo massimo e del lassismo politico-amministrativo. In questo Paese spaccato, sarebbe saltata la cerniera del buongoverno cittadino, il mondo delle buone maniere e delle rette intenzioni che dal centro Italia prova(va) a irradiare municipalismo e pratiche nuove di amministrazione territoriale.

È in principio accettabile che al Sud, con tassi di disoccupazione assoluta e giovanile da record e con la mancata sostituzione dell’intervento pubblico in economia con una impresa privata produttiva e trasparente, abbia fatto breccia l’idea del “reddito di cittadinanza”. Così al Nord deve avere avuto un qualche effetto la propaganda sulla defiscalizzazione e sulla pubblica sicurezza. Curiosamente, al centro-nord, il vecchio quadrilatero rosso del Paese, non ha prevalso né l’uno, né l’altro modello, se non forse la debolissima resistenza di alcune rendite di posizione. Per cui nel Senese o nell’Aretino, come nel Bolognese, si sono trovati vittoriosi i partiti del centrosinistra tradizionale, avendo come portabandiera i volti più in linea con i decenni di amministrazione parallela e continuativa dello Stato.

In Italia, fino al 1969, ma in senso formale sino all’unificazione salariale del 1972, furono in vigore le “gabbie salariali”: parametri di contenimento del reddito da lavoro tarati secondo il costo della vita nelle zone di svolgimento della prestazione. Un sistema del genere aveva forse il merito di rapportare il guadagno all’attesa di potere d’acquisto, ma la forte negatività è che quel meccanismo, anziché redistribuire, aggravava la sperequazione. L’Italia del 2018 è la stessa nella quale da almeno vent’anni una forma strisciante di contenimento del salario, dovuta alle zone di appartenenza, va in onda nel silenzio compiaciuto di chi ritiene che l’estinzione delle soverchie rigidità del lavoro debba collimare con l’abolizione del contratto nazionale. L’Italia che vota è però sorprendentemente un’Italia che ha sbalorditiva fiducia nella politica, se crede un’ennesima volta di poterle rimettere la soluzione di questioni sociali che la politica stessa si è rifiutata di affrontare.

Don’t want to be a bum
You better chew gum
The pump don’t work
‘Cause the vandals took the handles

 Il vero problema che scaturisce dal voto è lo scenario già oggi visibile di un ceto partitico, ma forse e prima anche di un Paese intero, che dimostra limitata cultura amministrativa. Non c’è da sorridere se, dopo che il leader di un partito aveva martellato sull’adozione del reddito di cittadinanza e poi proclamato la vittoria (vittoria, invero, non avvenuta), negli uffici previdenziali di molta parte dell’Italia Meridionale sono arrivate decine di richieste per l’erogazione di questa fantomatica e fantasmagorica prestazione sociale. La scissione tra il palazzo e la città, tra la politica reale e la società politica, ha prodotto anche una parte fosse pur minima di cittadinanza che ritiene possibile l’adozione di un reddito fisso mensile senza leggi, senza previsioni di spesa, senza null’altro che una dichiarazione di aver vinto (e cosa? E come?).

In questo, il voto al Nord e il voto al Centro si somigliano: sono entrambi voti di “attesa”, di “aspettativa” rispetto ai partiti votati. L’illusione di uno Stato minimo che sciolga le briglie al gigante buono dell’economia, da una parte, e l’altrettanto stucchevole illusione di tornare alle “vacche grasse”, alla socialdemocrazia elettorale, alla spendita oculata di risorse crescenti. L’Italia che ha votato ha contemporaneamente troppa fiducia nella classe politica che elegge e nelle dirigenze che essa incista, più che introna, e troppa paura, per cui il voto non è in fondo così tanto libero, se esso è condizionato dalla mera attesa di fermare il decadimento, di tornare ai tempi andati.

I partiti politici hanno cooperato al rafforzamento di questo gap ignorando quasi completamente nei rispettivi favolistici programmi qualsivoglia riferimento coerente e concreto ai rapporti tra pubbliche amministrazioni e cittadino. In sostanza, sembra che l’incultura amministrativa sia un cancro che abbevera due metastasi: una società politica che ha smarrito i codici di una governance non finanziaria e non emergenzialistica della res publica e un corpo elettorale ripiegato dai fattori esterni in un egoismo altrettanto referenziale e compiaciuto.

(*) docente di “Diritto e Religioni” e di “Enti religiosi tra diritto dello Stato ed esigenze confessionali” presso l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro

 

LA QUESTIONE È MERIDIONALE O DI CLASSE?
di Daniele Corasaniti (*)

L’esito dei risultati elettorali del 4 Marzo ha fatto osservare ad alcuni analisti che le alte percentuali di consensi verso il M5S sarebbero il frutto di un voto meridionalista, ovvero sia dettato da istanze di natura territoriale. A dimostrazione di questa tesi se ne fa una comparazione storica con il passato in cui si evidenzia che una spaccatura così ampia fra aree diverse del Paese non la si vedeva dai tempi del Referendum del 1946, quando il Sud Italia, fortemente a trazione monarchica, faceva da contrappeso ad un Settentrione dalla forte tendenza repubblicana.
Così allo stesso modo oggi il M5S, che ha performance plebiscitarie nel Mezzogiorno, con tetti del 54% a Napoli e prestazioni simili in tutta la Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, non riesce ad imporsi al Nord, perdendo la maggior parte degli uninominali, dove invece a dominare sono il Centro-destra ed in particolare la Lega.
Si afferma quindi, implicitamente o meno, che a riaprirsi il 4 Marzo sia stata la questione meridionale, trattandosi di un voto che affonda le sue radici nella cultura del Sud Italia e ad un nuovo tentativo del Mezzogiorno di liberarsi dalla subalternità economica del Nord e (anche) dello Stato centrale.

Ma questo ragionamento pecca senz’altro di superficialità ed è privo di qualsivoglia fondamento.
Indubbiamente, infatti, il voto ha subito delle distinzioni territoriali ben nette: impossibile negarlo di fronte all’empirismo aritmetico. Tuttavia altrettanto evidente, analizzando anche alcuni dati delle periferie del Nord – dove il M5S ha comunque un consenso sulla media nazionale –  è che le differenze non siano dettate dall’omogeneità culturale che di solito accomuna i voti territoriali (si pensi ai voti espressi per i movimenti indipendentisti spagnoli, ad esempio), quanto piuttosto all’impoverimento che il ceto medio ha subito negli anni successivi all’inasprirsi delle politiche di austerity.  

E’ inutile sottolineare, infatti, come più volte la retorica dei cinque stelle sia stata indirizzata in tal senso, con una grandissima attenzione alle componenti reddituali. Queste ultime molto più prese in considerazione dai grillini che quelle patrimoniali, a sua volta ben tutelate da altre forze politiche (come il Pd o Forza Italia), che per questo si impongono soltanto nei centri urbani delle grandi città metropolitane.

Non sorprendono, dunque, le conclusioni alle quali si giunge osservando i dati sui flussi elettorali (in particolar modo quello sui voti delle categorie salariali): una buona percentuale degli elettori 5S appartengono alla macro-aerea di coloro i quali si ritrovino in condizioni di disoccupazione o con un tenore di vita medio-basso. Macro-aerea questa in valori percentuali quantitativamente più presente al Sud che al Nord, ma probabilmente responsabile delle confuse analisi di questi giorni.

Confondere la disparità territorialità con le diseguaglianze, infatti, è senz’altro un errore metodologico. Errore dovuto al fatto che gli abitanti del mezzogiorno siano di per sé complessivamente più poveri rispetto a quelli del nord Italia, ma queste considerazioni per nulla attengono alla questione meridionale, che invece riguarda l’arretramento del tessuto produttivo nel suo complesso e non quello individualistico-reddituale.

(*) studente di giurisprudenza e socio BeGov presso l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro

1 commento su “Due riflessioni sulle (apparenti) divisioni territoriali del voto del 4 marzo

  • E chissà che più avanti di tutti, nel dumping salariale, non siano i krukki con i loro mini job, abbinati a una capacità tecnologica che rende i loro manufatti imprescindibili nel mondo. Insomma, sono in pole position sia sul fronte salariale che su quello commerciale.

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