Diritto e Violenza di genere

La storia del diritto è, da sempre, l’espressione più sincera della storia di una comunità, dei suoi conflitti, del suo avanzamento e, troppo spesso, della sua retrocessione. “Ubi societas, ibi ius” è il brocardo che rende al meglio quest’idea, non solo nell’ottica di un approccio elementare al diritto, ma anche nella più ambiziosa possibilità di interpretare quelle parole restringendo il nostro raggio visivo: donde vi sia una determinata società, ivi ha ragione di esistere proprio quella legge. Naturalmente, però, non si può prescindere dal considerare che, in se ipsa, la legge nulla può se non la si accompagna, quasi manu, ad una applicazione mai dimentica del fatto che, al di là di una società civile, esistono poi singoli individui e singole circostanze. La legislazione sulla violenza, e forse in maniera ancor più esemplificativa, quella sulla violenza di genere, porta addosso il fardello di società imperniate su un maschilismo di fondo mai scomparso. L’agghiacciante “femminicidio”, neologismo entrato da tempo nella parterre dei nostri schermi quotidiani, altro non è che un omicidio doloso o preterintenzionale per motivi basati sul genere, che diventa tuttavia reato proprio dell’uomo, contro la donna. Esso rivela ancor oggi un linguaggio legislativo che pensa alla donna come soggetto debole di una relazione o delle relazioni in generale; una tutela ex post, che assegna al crimine e al diritto penale la repressione di comportamenti che non possono essere altrimenti evitati. Eppure, le condotte violente non hanno tutte lo stesso epilogo, e ciò non sempre è una fortuna, se il finale, per le vittime, diventa l’inferno da cui non si può scappare. Esistono comportamenti molto meno agevoli da far emergere, come il reato di stalking (art.612bis cod. pen.), introdotto solo nel 2009 nell’ambito di una normativa di repressione delle condotte persecutorie abituali. Le molestie in questione provengono, nella maggior parte dei casi, da ex partner mai rassegnati all’idea della fine dei loro rapporti. Considerare il partner un indispensabile completamento di sé produce, al venir meno del “posseso”, un delirio di controllo invasivo della vita altrui, che inevitabilmente ne subisce i colpi psicologici e comportamentali. Non una discriminazione basata sul genere, dunque, ma una manifestazione morbosa ed ossessiva di problemi relazionali. Lo dimostra il fatto che ad esserne vittime non sono solo le donne, almeno in questo caso.

Vi è poi il “sexting”, ovverosia la pratica (legale, nel consenso reciproco di persone maggiorenni) di scambio di immagini e contenuti sessuali tramite sms e chat private di social network. Pratica che rischia di trasformarsi in illecito trattamento di dati personali, quando quegli stessi contenuti vengano diffusi (da uno dei due soggetti protagonisti o da terzi) o diventino oggetto di minaccia (revenge porn) e derisione. Le conseguenze sono spesso tragiche, considerando il fatto che, se un diritto all’oblio davvero esiste, il mondo digitale non lo conosce e di fatto, quando i propri dati finiscono sul web, diventa impossibile eliminarli. Così come impossibile è cancellare dalle memorie dei “visuals” il discredito nei confronti di quella donna che, inconsapevolmente o consapevolmente filmata, stava soltanto vivendo un momento di intimità. Momenti di intimità che sono evidentemente percepiti come “vergogna impudica” per le donne ed “onesta gloria” per gli uomini. Può quindi la parità di genere davvero imporsi legalmente (nel lavoro, nelle cariche elettive, nei consigli di amministrazione delle aziende ecc.), se ancora non passa per la cuna dell’ago delle menti umane?

Eppure, a partire dal 2011, la violenza di genere conquista un primo strumento di tutela internazionale giuridicamente vincolante: la Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. La novità, rispetto alle precedenti iniziative del Consiglio D’Europa, consiste nell’approccio preventivo al tema e nella ratio protezionistica delle vittime e dei minori che si trovino ad essere testimoni di violenza domestica; ma, soprattutto, la violenza in questione assurge al ruolo di violazione dei diritti umani, in quanto palese forma di discriminazione. L’applicazione della convenzione di Istanbul è monitorata, in ogni Paese, da un Organismo del Consiglio D’Europa (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence: GREVIO). I dati raccolti ci dicono che sono state quasi cinquantamila le donne rivoltesi, nel 2017, ai Centri Antiviolenza, di cui il ventisei per cento straniere ed il sessantatré per cento con figli. Il dramma riguarda, però, la mancanza di alloggi per le donne che scelgano di denunciare episodi di violenza e di fuggire dal dolore dei fenomeni di stupro, maltrattamenti in famiglia e ricatti sessuali sul luogo di lavoro. E proprio dai luoghi di lavoro si assiste ancora al cosiddetto “gender gap”, che vede le donne protagoniste di significative differenze salariali rispetto a colleghi uomini con eguali mansioni e responsabilità: la violenza del discrimine.

Le manifestazioni che si terranno il 25 Novembre, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne (istituita nel 1999 dall’Onu), a nulla serviranno se la sensibilizzazione non passerà attraverso un’opera più complessa, in quanto il problema “diritti delle donne” non ha a che fare solo con il rispetto del principio di uguaglianza, ma anche e soprattutto con il riconoscimento delle differenze ed il rispetto delle stesse. Non si può non ripartire dall’educazione alla differenza di genere (o in generale alle differenze) se davvero ci si vuole lasciare alle spalle questi drammi, i quali comunque si inseriscono in un asfissiante clima di insofferenza verso l’altro da sé, ritornato in auge con l’avvento prepotente di politiche populiste e sovraniste.

“Di nuovo, ancora le donne, sempre le donne. Non rivendicano solo i diritti del genere, ridanno senso al mondo. La liberazione di tutti, com’è accaduto infinite volte nella storia, viene dalla consapevolezza e dalla ribellione di chi è sottomesso, escluso, privato di libertà e dignità. Forse, in questo caso, vi è qualcosa di più e di diverso- il modo in cui le donne hanno intelletto d’amore.” (Stefano Rodotà, Diritto d’amore)

Anche a noi donne, e anzi per prime, il compito di chiedere e pretendere la tutela dei nostri diritti, partendo da quel nostro <<intelletto d’amore>>, affinché ci aiuti, di volta in volta, a saper mettere fine alle relazioni malate, a quegli amori che non conoscono libertà, che hanno l’acre odore di possesso e dipendenza. Perché, purtroppo, d’amore si può morire, se non si trova il coraggio di lasciarlo andare.

Barbara Petrone
Studentessa di Giurisprudenza presso l’UMG di Catanzaro

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