D. L. Sicurezza, tra luci e ombre

Quello della sicurezza è oggi un tema molto sentito dai cittadini italiani ed europei in generale, soprattutto a seguito dei noti attentati che dal 2015 ad oggi hanno interessato il nostro continente. La paura è ormai entrata nelle nostre case, moltiplicata mediante le copiose notizie sul web e nei grandi mezzi di comunicazione.

Il nostro Paese è tra quelli che più sono interessati dagli sbarchi di extracomunitari che, fuggiti dalla miseria e dalla guerra, hanno cercato la salvezza attraversando il mare e giungendo sino alle nostre coste. D’altro canto è stato il concatenarsi di questi eventi a far sorgere sospetti: che fra i disperati non si nascondano anche i terroristi? Queste riflessioni hanno avuto come esito il Decreto sulla Sicurezza e sui migranti, voluto dal Ministro degli Interni, Matteo Salvini, che aveva inserito il tema della sicurezza tra le priorità della sua agenda politica. Al di là della discussione politica, accesa e sicuramente legittima, è opportuno realizzare un’analisi del decreto, specie nel suo Titolo I, Disposizioni in materia di rilascio di speciali permessi di soggiorno temporanei per esigenze di carattere umanitario nonché in materia di protezione internazionale e di immigrazione.

Quello che rileva innanzi tutto è l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il permesso di soggiorno per motivi umanitari permetteva allo straniero di ottenere il permesso ove questi non disponesse dei requisiti richiesti per ottenere la protezione internazionale, ma si ritenesse sussistente l’esistenza di gravi motivi di carattere umanitario. L’istituto è stato definito ed utilizzato come una clausola di salvaguardia rispetto al T.U. sull’immigrazione, pronta a sopperire ai possibili spazi vuoti e a garantire il rispetto del principio di non refoulement. La clausola, infatti, non trova riscontro negli obblighi internazionali ed europei, ma negli intenti del legislatore italiano che la applica non solo nell’ambito nella protezione internazionale, ma a tutti quei casi ove sussista il pericolo che i diritti inviolabili tutelati nell’articolo 2 della Costituzione perdano il loro aggettivo qualificativo, sottoponendo lo straniero a rischio di persecuzioni per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali. Inoltre, la norma non prevede solo che lo straniero non possa essere espulso o rifiutato, ma neppure che venga inviato in un altro Paese dove non è protetto dalla persecuzione. La norma si applica anche ai casi di sfruttamento lavorativo e di violazione del diritto di difesa, mostrando la sua portata generale ed elastica. Oggi, nel decreto, è possibile invece applicare la normativa solo in ipotesi residuali espressamente previste, come ad esempio l’espletamento di cure mediche. Il permesso ha la durata di un anno e alla scadenza è convertibile in permesso di soggiorno per motivi di lavoro subordinato o autonomo od in permesso di soggiorno per motivi di studio ove il soggetto sia iscritto ad un corso regolare di studi.

Inoltre, lo stesso può essere rinnovato in caso in cui persistano le condizioni di salute di eccezionale gravità.

Vengono inoltre posti ulteriori limiti al riconoscimento della domanda di protezione internazionale, aggiungendosi a quelli già previsti dal decreto 25/2008, nello specifico per gli stranieri che hanno presentato una prima domanda reiterata al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione di una decisione che ne comporterebbe l’imminente allontanamento dal territorio nazionale e coloro i quali manifestano la volontà di presentare un’altra domanda reiterata a seguito di una decisione definitiva che considera inammissibile una prima domanda o che la respinga.

Il permesso di soggiorno può poi essere riconosciuto per atti di particolare valore civile su proposta del prefetto e rilasciato dal Ministro degli interni per la durata di due anni rinnovabile.

È previsto, inoltre, al fine di rafforzare le misure per il rimpatrio, un incremento per l’apposito Fondo istituito dal Decreto 286/98.

L’articolo 11 rafforza l’istituzione delle Unità Dublino, inserite nel Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione del Ministero degli Interni, la cui funzione è quella di determinare lo Stato Membro competente ad esaminare la domanda d’asilo presentata presso altro Stato della Comunità Europea da un cittadino extracomunitario, evitando che lo stesso si rinvolga a più Paesi e favorendo lo scambio di informazioni che lo riguardino tra gli Stati. Il decreto Salvini, infatti attribuisce il compito di determinare lo Stato competente ad esaminare la domanda non solo all’ufficio centrale del Dipartimento presso il Ministero dell’interno, ma anche alle sue articolazioni territoriali, operanti presso le prefetture la cui individuazione avviene mediante decreto ministeriale nel limite massimo di tre.

Il punto focale della discussione, particolarmente sentito da detrattori e non del vice-premier, è sicuramente quello riguardante la demolizione strutturale dello SPRAR (Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati). Il Sistema, istituito con la legge 189/2002, è costituito dalla rete degli enti locali che, attingendo da un Fondo appositamente istituito, realizza i progetti di accoglienza e tutte le politiche che non solo garantiscano i servizi essenziali al richiedente, ma permettono che questi si integri nel nostro Paese disponendo dei percorsi individualizzati per lo stesso, che vedono coinvolti il terzo settore realizzando un’assistenza multilivello. A sostituirlo sarà il Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati.

In materia di iscrizione anagrafica non sarà possibile utilizzare il permesso di soggiorno per iscriversi all’elenco, che varrà comunque come documento di riconoscimento.

In tema di cittadinanza viene aumentato da 200 a 250€ il costo delle istanze o dichiarazioni di elezione, acquisto, riacquisto, rinuncia o concessione della cittadinanza. Viene posto un termine di definizione di 48 mesi dalla presentazione della domanda in casi di richiesta in seguito a matrimonio o per residenza. In questi casi la cittadinanza può essere revocata in caso di condanna definitiva, delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni, nonché di delitti in tema di associazioni sovversive.

Sempre nell’ambito penale aumentano le ipotesi di diniego e revoca della protezione internazionale. Infatti, a tal riguardo, l’articolo 7 fa riferimento non solo ai reati “classici” (violenza o minaccia a un Pubblico Ufficiale, omicidio, rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione), ma anche a quelli contemplati dal T.U. sugli Stupefacenti (produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope) e soprattutto agli illeciti che parrebbero più affini alla categoria dei reati culturalmente orientati o  il cui verificarsi è legato, secondo alcuni, all’incremento dei flussi migratori (riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù, prostituzione minorile, pornografia minorile, tratta di persone, acquisto e alienazione di schiavi, violenza sessuale, pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili).

È chiaro che l’intento di Matteo Salvini è quello di riformulare l’apparato organizzativo in tema di immigrazione, coordinandolo con la gestione dei flussi come più volte ribadito dallo stesso anche nei confronti delle istituzioni europee e dimostrato concretamente in occasione dello sbarco della nave Aquarius. I cittadini, nel frattempo, si dispongono su fronti contrapposti, schierandosi chi insieme al vice-Premier, ormai per molti il Ministro della sicurezza, e chi insieme a coloro i quali si imbarcano fiduciosi che il nostro Paese possa salvarli, chiedendo scusa ai propri figli per essere nati nella parte sbagliata del Mondo.

Simona Mungo
Area Giustizia – UMG Catanzaro

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