Buone nuove dall’UE, ma l’Europa digitale non è ancora nata (l’Italia ancora meno)

Le istituzioni euro-unitarie salutano il 2018 con due importanti strumenti normativi di nuovo conio: la Direttiva UE 2018/1972, recante il codice europeo delle comunicazioni elettroniche, e il Regolamento 2018/1971 che, oltre a modificare e ad abrogare alcune fonti previgenti, con pregevole intento di razionalità sistematica, istituisce l’Organismo dei Regolatori Europei delle Comunicazioni Elettroniche (BEREC) e la relativa Agenzia di sostegno (Ufficio BEREC). Si tratta di un ambizioso planning di natura economico-regolativa che allude alla possibilità di una nuova stagione di investimenti industriali, sotto l’egida di una più robusta transizione alle nuove reti 5 G e fibra integrale. Gli aspetti concernenti la politica di sviluppo devono essere saggiati su più fronti, ben ulteriori al disposto formale positivo e involventi il recepimento dell’istituto regolamentare nelle linee d’azione degli operatori del settore e dei soggetti economici. Alcuni importanti risvolti per il consumatore pur si palesano.

Innanzitutto, si mette nero su bianco un piano tariffario euro-unitario che abbatte i range troppo oscillanti lasciati alle condizioni contrattuali degli Stati membri: al massimo 19 centesimi per minuto di conversazione nella UE e non più di 6 per sms. Non solo: le virtù della banda larga possono essere così appetibili sul piano della vita quotidiana (dai prodotti di consumo a quelli di prima necessità, passando per i beni destinati ad attività ludiche) che sono integrati al “servizio universale” (a disposizione, cioè, dell’intera società europea). Sono introdotte misure di garanzia per il passaggio da un operatore all’altro, in caso di ingiustificato ritardo nella riattivazione del servizio; si introducono ulteriori cautele nella stipulazione di contratti “a pacchetto”. Certo, le forme altamente standardizzate di contrattazione giusprivatistica sono destinate a crescere ulteriormente, nel quadro degli scambi commerciali tra e con soggetti professionali. Ciò implica che la dilatazione della casistica contiene in nuce una possibile emersione di nuovi strumenti abusivi o evasivi. Incoraggia, però, che il dettato concorde di direttiva e regolamento ponga le finalità della tutela dei diritti – anche in senso non giudiziario – in una posizione normativamente di preminenza rispetto alle strategie commerciali che “inibiscono” il passaggio di utenze da operatori diversi. Troppo a lungo si era sopportata o sostenuta la talvolta involontaria (e talvolta consapevole) germinazione di pratiche di cartello.

Uno spazio giuridico-economico delle telecomunicazioni europee sembra effettivamente in grado di nascere, improntandosi a un’uniformità di cornice normativa che il mero e lento progressivo ravvicinamento inter-ordinamentale non avrebbe saputo e potuto garantire a breve termine.

photo credits European Commission

Le incognite restano numerose. Sul piano eminentemente operativo, quello che qui più interessa è suggerire un potenziamento dei disposti attuativi destinati alla regolazione delle app di nuova generazione. Esse sono sempre più utili, soddisfano un numero sempre più elevato di bisogni, ma contestualmente accedono a un quantitativo sempre più vasto di dati relativi all’utenza. Alcuni di questi, alla cui accessibilità il cliente presta quasi ritualmente un consenso che ormai sovente ritiene dare per scontato, sono ancora estranei alla natura dei servizi offerti e piuttosto fanno agio alle operazioni commerciali di operatori e imprese terze.

Ci si sarebbe probabilmente, ancora, attesi un pacchetto normativo di rinforzo nell’ambito delle pubbliche amministrazioni che, soprattutto nel settore delle nuove digitalizzazioni veloci, potrebbero ricavarne dei temi e dei sussidi importanti lungo una duplice direttrice: il trasparente esercizio delle prerogative negoziali-contrattuali e la partecipativa interlocuzione e interfaccia col cittadino. In più, in ordinamenti quali quello italiano, è ancora troppo forte la presenza di linee di rame rispetto alla fibra integrale, che in Italia riguarda appena il 2.3% delle comunicazioni in linea totali, con una media europea poco inferiore al 14 e i colossi emergenti delle nuove economie asiatiche ben sopra il 60 (Cina inclusa, a un al momento per noi irraggiungibile 61.6%).

È di questi stessi giorni la notizia circa l’avviata redazione di un codice etico europeo sulle intelligenze artificiali. Si cerca di mettere mano, sia pure con un non sempre fortunato strumento di soft law, a ritrovati tecnologici di crescente utilizzazione concreta, in un quadro complessivo di disinformazione e mancato recepimento da parte dell’opinione pubblica europea. Molto è ancora da lavorare sulle cornici regolative del fenomeno.

Non potrà funzionare per la prossima generazione una regolamentazione meramente vincolistica delle intelligenze artificiali. Rispetto alle sfide e ai dilemmi etici che vengono dalle suggestioni di “uomini-macchina” – prestazioni umane attribuite a robot, che sono programmati a sostituire l’interazione umana nell’erogazione del servizio o nell’instaurazione del rapporto – il silenzio sarebbe parimenti dannoso. Sarebbe, anzi, destinato a rafforzare le sperequazioni sociali ed economiche tra chi possiede e chi non possiede (Stato o privato) il know how atto a volgere a proprio vantaggio questo settore.

L’Unione non è disattenta, insomma, all’emersione di temi del genere, ma un’Europa (e un’Italia) responsabili e consapevoli regolatrici e fruitrici della digitalizzazione integrale sono ancora lontane.

 

Prof. Domenico Bilotti
Docente di Diritto e Religioni – UMG Catanzaro

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