SMART-WORKING: LA (RIN)CORSA ITALIANA

SMART-WORKING: significato, prospettive e possibili vantaggi

“Il futuro, significa perdere quello che si ha ora, e veder nascere qualcosa che non si ha ancora”.

Ma cos’è questo famigerato Smart-Working?

Benché risulti un fenomeno che ha visto il suo sviluppo andare di pari passo col progresso tecnologico degli ultimi anni, lo Smart-Working ha catturato tutta la nostra attenzione solo all’inizio del 2020 in seguito alla crisi del Covid-19, la quale sta mettendo in ginocchio lo scenario economico e geopolitico internazionale. Nel nostro Paese potrebbe rappresentare una grande risorsa da sfruttare in futuro, così come rimanere un progetto effimero fine a momenti di urgenza.

Spesso confuso con il telelavoro – il quale prevede il rispetto degli orari di ufficio e la fruizione di strumenti forniti dal datore di lavoro – essere lavoratori «smart» significa sapersi destreggiare con gli strumenti a disposizione rispettando un unico vincolo: la produttività.
Prende posto nell’ordinamento giuridico italiano con la legge 81/2017, tuttavia il Bel Paese risulta fanalino di coda rispetto ai partner europei, i quali risultano più virtuosi nell’applicazione del connubio tecnologia-lavoro. Dalle ultime stime emerge che, su 8,2 milioni di persone che possono svolgere normalmente il proprio lavoro da casa, solo 600 mila sono impiegate nel “lavoro Agile”, nonostante l’incremento dovuto all’emergenza pandemica.

fonte: Politecnico di Milano

In Italia, tale filosofia è consolidata soprattutto all’interno delle grandi imprese. Infatti, nel 58% dei casi, l’iniziativa è strutturata e non ha bisogno di implementazioni. Nondimeno, anche le restanti aziende hanno messo in atto politiche di innovazione tecnico-lavorativa. A livello nazionale, il gruppo Telecom ha dato la risposta più consistente, mobilitano il maggior numero di lavoratori agili, pari a 25.000, rappresentanti oltre il 50% della forza lavoro complessiva.

fonte: osservatore.net digital innovation

Malgrado le difficoltà differenti, per affrontare l’attuale crisi, le PMI e la PA si sono messe in gioco per trovare una soluzione rapida. Il problema delle PMI italiane è legato al fatto che esse sono caratterizzate da una produzione prettamente fisico-manuale a basso contenuto digitale, motivo per cui hanno limitato l’adozione del Lavoro Agile solo ai reparti organizzativo – amministrativi. Come si può vedere dal grafico, la percentuale delle PMI non favorevoli non solo è elevata ma, addirittura, registra un aumento in controtendenza rispetto alle altre realtà, passando dal 38% al 51%.

fonte: osservatore.net digital innovatio

D’altra parte, l’ostacolo principale della PA è dato dal lento ricambio generazionale, dovuto per lo più alle limitate assunzioni e alla speciale longevità della popolazione italiana, che hanno portato all’accrescimento dell’età media dei dipendenti pubblici negli ultimi vent’anni da 43,5 a 50,6. La conseguenza è la difficoltà a far fronte alle nuove sfide proposte dai processi di informatizzazione che hanno coinvolto gli enti pubblici. Emblematico è il caso del Comune di Milano, il quale ha registrato un veloce incremento di impiegati “smart”, passando da circa trecento a più di tremila. In compagnia del capoluogo lombardo vi è la Regione Veneto, la quale ha creato il sito “Veneto Agile” per concentrare in un unico spazio consigli, direttive e percorsi formativi per accompagnare i lavoratori digitali in questa nuova esperienza.

Il pioniere di questa nuova tendenza, tuttavia, va ricercato oltre i confini nazionali, più precisamente in Olanda. In passato Erik Veldhoen, primo “importatore” dello smart – working nel suo Paese, si è espresso sostenendo che più del 75% dei progetti fallisce poiché “Manca un approccio completo e totale. Per molte aziende Smart Working è sinonimo di taglio del budget. Ma non è così”, aggiungendo che” bisogna credere nell’importanza dell’ufficio digitale e il management deve avere completa fiducia nei professionisti. Le aziende devono puntare di più sul capitale umano!”.
Ai giorni d’oggi i Paesi Bassi, portando avanti il progetto di Veldhoen, risultano essere leader nell’applicazione del “lavoro agile”, tant’è che nella città di Amsterdam si è voluto applicare il modello della smart-city, con la costruzione di numerosi Smart-Work Center (SWCs). Lo sviluppo di questi centri nasce, da un lato, con l’esigenza di decongestionare il traffico delle grandi città garantendo un abbassamento del livello delle polveri sottili e, dall’altro, per migliorare quella che viene definita Work-life Balance, ossia la relazione tra lavoro e vita privata. Inoltre il focus si pone sulla collaborazione fisica e virtuale, agevolando l’interazione tra lavoratori di aziende diverse, il tutto supportato da figure c.d. trust integrator.

Molti si chiedono se, una volta terminata la crisi, il lavoro agile potrà proseguire sul binario del progresso oppure deragliare nel dimenticatoio. Innumerevoli sono i vantaggi che ne descrivono i connotati, a partire da un sostegno concreto all’ambiente ad un aumento dell’efficienza lavorativa. Dall’ altra faccia della medaglia, invece, potrebbe riscontrarsi un’alienazione dei rapporti umani, già cominciata con l’avvento delle nuove tecnologie. Il miglior compromesso sembra essere, come si evince dalle analisi degli studiosi del fenomeno, l’alternarsi del lavoro in ufficio con quello smart, sulla falsa linea dei centri olandesi (SWCs). Ad oggi non esiste una risposta univoca, ma, come sostiene Haruki Murakami, “Il futuro, significa perdere quello che si ha ora, e veder nascere qualcosa che non si ha ancora”.

Erik Ferrara – Socio Ordinario Milano
Nicolò Cavalli – Socio Ordinario Milano
Lorenzo Di Carlo – Socio Ordinario Milano

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