La sanatoria dei migranti irregolari: utile ma non basta

di Rossella Ciavarella
Socio Simpatizzante Foggia

Il fenomeno del caporalato e, più in generale, lo sfruttamento lavorativo ha origini risalenti nel tempo, specie (ma non solo) nelle campagne dell’Italia meridionale.

Tale fenomeno si è con il tempo evoluto: infatti, se da un lato il caporalato tradizionale si limitava alla semplice attività di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, dall’altro il caporalato c.d. “globalizzato”, si è affermato a causa dell’incremento dei flussi migratori, e con essi l’ampliarsi della platea dei soggetti vulnerabili.

Il grave sfruttamento lavorativo con il tempo è divenuto un fenomeno multiforme e complesso; infatti, oggi si inserisce in un panorama più ampio di debolezze personali, sociali ed istituzionali.
Ebbene, lo sfruttamento del lavoro, in settori come quello agricolo, costituisce solo un aspetto di un fenomeno molto più complesso, un fenomeno che non è limitato né agli stranieri, né a particolari realtà territoriali, poiché connesso con un modello di produzione – scambio – consumo che rende sempre più vulnerabili i lavoratori, sul piano economico oltre che sociale.

Fenomeni come l’intermediazione illecita e lo sfruttamento dei lavoratori sono funzionali, in alcuni settori, ad un abbattimento dei costi di produzione imposto dalla struttura delle filiere di riferimento, in quanto il caporalato assolve non solo a rilevanti funzioni pratiche, per ciò che riguarda l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, ma, soprattutto, a procurare un cospicuo risparmio per i datori di lavoro sul costo della manodopera.
Inoltre, la legislazione in materia di immigrazione non fa altro che accentuare la c.d. vulnerabilità giuridica di tali soggetti, poiché la disciplina in materia di immigrazione, e nello specifico quella inerente all’ingresso per motivi di lavoro, risulta essere particolarmente frammentaria, tendendo, per certi versi, ad incrementare l’irregolarità.

Infatti, uno dei maggiori strumenti di ricatto nelle mani dei caporali è costituito dall’assenza di un regolare permesso di soggiorno e dalla impossibilità per i lavoratori irregolarmente soggiornanti di conseguire una regolare occupazione.

Il particolare stato emergenziale legato alla diffusione del Covid-19 ha riportato al centro del dibattito politico l’annosa questione della regolarizzazione dei lavoratori migranti. Ed invero, tale emergenza ha avuto ripercussioni anche sul reperimento di manodopera in alcuni settori, in particolare, in quei settori che si sorreggono grazie all’utilizzo di manodopera straniera.

Il legislatore è intervenuto introducendo nel c.d. decreto rilancio, pubblicato in Gazzetta  Ufficiale il 20 maggio 2020, una complessa disciplina volta a favorire l’emersione del lavoro “nero” con la conseguente regolarizzazione dei rapporti di lavoro, nonché di far concludere nuovi contratti di lavoro con cittadini stranieri irregolari, a cui sarà rilasciato un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Le indicate procedure possono essere attivate solo in tre settori specifici: agricoltura, assistenza alle persone non autosufficienti e lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare. Inoltre, viene prevista la concessione di un permesso di soggiorno temporaneo, della durata di sei mesi, per coloro i quali dimostrino di aver precedentemente prestato la propria attività lavorativa in uno dei suddetti settori.
In questa sede, non potendo effettuare un’analisi approfondita del testo normativo, ci soffermeremo esclusivamente su alcuni aspetti, privilegiando alcuni profili problematici e tralasciando, invece, gli aspetti che attengono alle procedure.

Ebbene, l’art. 103, rubricato “Emersione di rapporti di lavoro”, prevede in primo luogo che, nel caso in cui la regolarizzazione o la sottoscrizione di un nuovo contratto riguardi cittadini stranieri, gli stessi devono essere stati già fotosegnalati prima dell’8 marzo 2020, oppure, entro tale data, devono aver presentato alla questura o alla polizia di frontiera la dichiarazione di presenza o, ancora, devono essere in possesso di attestazioni costituite da documentazioni di data certa proveniente da organismi pubblici; in entrambi i casi, i cittadini stranieri non devono  aver  lasciato il territorio nazionale dall’8 marzo 2020.
La disciplina prevista dal legislatore non consente, inoltre, l’accesso a tali procedure per quei datori di lavoro che abbiano a proprio carico procedimenti penali e amministrativi particolarmente gravi.

Nel caso, invece, della richiesta di permesso di soggiorno temporaneo, il cittadino straniero extracomunitario deve essere in possesso di permesso di soggiorno scaduto al 31 ottobre 2019 che non sia stato rinnovato o non sia stato convertito in altro permesso di soggiorno e che abbiano svolto attività lavorativa prima del 31 ottobre 2019 in uno dei tre settori indicati. Il permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi potrà essere convertito in un permesso per motivi di lavoro se i titolari dimostrano di prestare attività lavorativa in uno dei tre settori.

Soffermandoci sugli aspetti problematici dell’art. 103, in primo luogo, non vi è chi non veda che limitare esclusivamente ai tre settori indicati l’accesso alle procedure di regolarizzazione dei rapporti di lavoro e di rilascio di permesso temporaneo, risulta essere al quanto miope, poiché il lavoro irregolare e in generale lo sfruttamento lavorativo, interessa non solo tali settori, ma anche settori come quello edilizio e manifatturiero.

Ebbene, sempre in riferimento ai settori di attività a cui si applica l’articolo in esame, la norma fa riferimento al comma 3, lettera a), ad agricoltura, allevamento e zootecnica, pesca e acquacoltura e attività connesse, lasciando aperto il dubbio interpretativo di cosa si intenda per attività connesse.
In particolare, nel caso in cui si facesse riferimento alla definizione di attività connesse di cui all’art. 2135 c.c., il novero di attività a cui si applicherebbe l’art.103 si amplierebbe notevolmente, in quanto potrebbero accedere a tali procedura anche coloro i quali hanno prestato o prestano la propria attività lavorativa, ad esempio, per le attività di “manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall’allevamento di animali” esercitate dal medesimo imprenditore agricolo.

La previsione normativa, inoltre, sembrerebbe escludere dal novero di soggetti a cui è consentito accedere alle predette procedure, i richiedenti asilo che risiedono regolarmente sul territorio nazionale, il cui permesso di soggiorno non è convertibile per motivi di lavoro. Inoltre, un aspetto degno di nota riguarda il favor dimostrato dal legislatore nei confronti dei datori di lavoro che intendano accedere alle procedure di emersione. Infatti, viene prevista la sospensione, dalla data di entrata in vigore del decreto e sino alla conclusione delle procedure, dei procedimenti penali e amministrativi per l’impiego di quei lavoratori per cui è stata presentata la dichiarazione di emersione anche se di carattere finanziario, fiscale, previdenziale o assistenziale.
Ma vi è di più: qualora la procedura non vada a buon fine per cause indipendenti dalla volontà o dal comportamento del datore di lavoro, si procederà comunque con l’archiviazione dei procedimenti penali e amministrativi a carico dello stesso.

Questi sin qui elencati sono solo alcuni dei profili di criticità rilevabili da una prima lettura della norma. Certamente i decreti attuativi serviranno anche a fare chiarezza su alcuni aspetti controversi, tendo presente, peraltro, che il testo attualmente approvato dovrà successivamente essere convertito in legge.

Queste novità legislative rappresentano certamente un passo avanti rispetto alla complessa problematica inerente allo sfruttamento lavorativo, ed anche la rubrica dell’art. 103 (“Emersione di rapporti di lavoro”) pare dimostrare che il legislatore abbia voluto, in questo particolare momento storico, porre l’accento sulla delicata questione dello sfruttamento lavorativo, fornendo degli strumenti nuovi atti a favorire la regolarità del soggiorno dei migranti e l’emersione dei rapporti di lavoro irregolari.

Ebbene, se da un lato tale previsione è una presa di coscienza, dall’altro però non basta ad arginare una problematica, come già ricordato in principio, complessa e multiforme, in quanto sarebbe necessario far fronte a tale fenomeno adottando strategie di intervento diversificate, al fine di fornire una soluzione stabile e duratura che tenga in considerazione le peculiarità delle filiere agricole.

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